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Dal punto di vista terapeutico, lo studio suggerisce che alcuni farmaci che agiscono su specifici recettori dell’acetilcolina possano essere di grande utilità nel trattamento dei disturbi cognitivi

I processi neurali associati all’apprendimento sono abbastanza ben conosciuti; finora tuttavia non è stato chiarito per quale motivo avvengano solo durante certi stati mentali e non in altri. Ora i ricercatori dell’Università di Bristol, nel Regno Unito, sono riusciti a scoprire lo specifico neurotrasmettitore che ha l’effetto di aumentare l’apprendimento e la memoria.

L’acetilcolina viene rilasciata nel cervello durante l’apprendimento ed è cruciale per l’acquisizione di nuovi ricordi. Il suo ruolo consiste nel promuovere l’attività dei recettori NMDA, proteine che controllano l’intensità delle connessioni tra i neuroni.

Attualmente, l’unico trattamento efficace per i sintomi di deficit cognitivo osservato in patologie quali l’Alzheimer è l’uso di farmaci che aumentano il rilascio dell’acetilcolina, migliorando con ciò le capacità del soggetto.

In questo nuovo studio, pubblicato sulla rivista Neuron, i ricercatori della Bristol’s School of Physiology and Pharmacology hanno mostrato come l’acetilcolina contribuisca alla funzionalità dei recettori NMDA inibendo l’attività di altre proteine chiamate canali SK che normalmente riducono l’attività degli stessi recettori.

La scoperta del coinvolgimento dei canali SK fornisce nuove informazioni sui meccanismi che sovrintendono alle capacità cognitive e apre la strada a trattamenti farmacologici in grado di bloccarne l’attività.

“Da un punto di vista terapeutico questo studio suggerisce che alcuni farmaci che agiscono su specifici recettori dell’acetilcolina possano essere di grande utilità nel trattamento dei disturbi cognitivi”, ha spiegato Jack Mellor, che ha guidato la ricerca. “Abbiamo dimostrato come imitando l’effetto dell’acetilcolina su specifici recettori sia possibile rendere più efficaci le connessioni tra neuroni: ciò potrebbe essere di grande beneficio per i pazienti che soffrono della malattia di Alzheimer o di schizofrenia.

(16/12/2010)


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Praticamente tutti abbiamo dei tarli musicali che frullano per il capo. Secondo i ricercatori servono a ricordare. 
I tarli sarebbero sistemi di consolidamento mnemonici: la musica aiuta il ricordo.
L’anno scorso un ragazzo di 21 anni si è rivolto disperato agli psichiatri del Central Institute di Kanke nel Jharkland indiano: da 5 anni gli frullava in testa l’intera colonna sonora di un film hindi, quasi 3 minuti di musica con fino a 35 replay al giorno. Un caso che si è rivelato persino resistente ai farmaci. Fortunatamente il suo è un caso estremo, di solito non è necessario ricorrere alla chimica: il tarlo dell’orecchio, o öhrwurm (così lo chiamarono i ricercatori tedeschi a fine ’800, o earworm per gli inglesi), è molto comune. Ma che cos’è? Perché si “appiccica”? Come farlo sloggiare?
Affari di cervello. Tanto per cominciare l’orecchio c’entra poco: si tratta di “parassiti” musicali del cervello: nel 1987 una rivista li definì “agenti musicali cognitivamente infettivi”; successivamente furono rinominati Mir o Musical imagery repetition cioè “Ripetizione di immagini musicali”.
Il fenomeno è comune: il 98,2% delle persone sa di cosa si tratta. Lo ha rilevato 8 anni fa un giovane studente di Cambridge, Sean Bennett, intervistando per mail 4 mila persone di 52 nazioni diverse di età compresa fra 17 e 71 anni. Più esposti sono i giovani che ascoltano molta musica, con particolare incidenza fra i mancini.
I TARLI PIÙ DIFFUSI
Quali sono i tarli musicali che suonano nelle tue orecchie? Invia la tua segnalazione tra i commenti a fine pagina, oppure partecipa alla nostra discussione su Facebook.Gli studi finora condotti hanno dimostrato grandi differenze individuali: per alcuni è un occasionale, piacevole sottofondo musicale che tiene compagnia; per altri un fastidioso ritornello di cui non riescono a liberarsi; solo per pochi, il 10% della popolazione, il ritornello diventa un’ossessione fastidiosa. Sono questi ultimi i casi in cui gli earworm diventano sintomi, insieme ad altri, di una patologia ossessivo-compulsiva.
Inconscio. Sul perché si installino nell’orecchio ci sono solo ipotesi. Lo psicanalista viennese Theodor Reik, stretto collaboratore di Freud, scrisse per esempio che “Le melodie che scorrono nella mente possono fornire all’analista un indizio [per giungere] alla segreta vita emotiva di ciascuno di noi”. Altri, come Daniel Levitin, neuroscienziato e musicofilo, si sono concentrati sulle caratteristiche dei tarli scoprendo che sono spezzoni molto brevi, di 15-30 secondi. E James Kellarsi, docente di marketing all’University of Cincinnati, ha individuato le caratteristiche intrinseche del brano musicale:
1. ripetitività di certe strutture musicali, come per esempio i ritornelli, ma anche
2. semplicità musicale,
3. incongruità tra testo e musica o
4. tra ritmo e metrica.
Chi si occupa di marketing studia infatti le caratteristiche comuni dei tarli per trasmettere memi (concetti che funzionano come infezioni) per vendere, come faceva negli anni ’60 la pubblicità della Dufour. Altri ricercatori si sono concentrati sulle ansie e le nevrosi individuali. E altri ancora accusano l’ambiente: per Oliver Sacks una causa è “l’onnipresenza di motivi fastidiosamente orecchiabili: melodie facili, magari nient’altro che motivetti per la pubblicità di un dentifricio, ma assolutamente irresistibili dal punto di vista neurologico”.
Strumento mnemonico. Bennett però ha avanzato un’ipotesi affascinante, che spiegherebbe l’universalità del fenomeno: i tarli sarebbero sistemi di consolidamento mnemonico, fenomeni di un nuovo tipo di memoria, che chiama audio-eidetica, in cui la musica aiuta a ricordare le parole o gli avvenimenti cui è legato quel brano. Se Bennett avesse ragione, i tarli dovrebbero essere benvenuti perché fanno riemergere i ricordi cui sono legati.
Twitta che non ti passa. Questo spiega anche perché siano legati prevalentemente alla cultura di massa: musica pop, pubblicità, colonne sonore di film e videogiochi, sigle di programmi tv. Ma anche, e lo dimostra una veloce ricerca alla voce earworms su Twitter, brani di musica classica e operistica, perché il tarlo è frutto della propria esperienza musicale. David Kraemer, specializzando in scienze cognitive del Dartmouth College nel New Hampshire, usando la risonanza magnetica ha infatti dimostrato che l’iPod del cervello è nella corteccia uditiva, che registra e conserva le nostre memorie uditive. Ed è la corteccia uditiva che decide quale tarlo “trasmettere”. Forse alcuni tarli sono più presenti di altri. Questo infatti sostiene la statistica dei 10 brani più ascoltati negli Stati Uniti (vedi riquadro a sinistra) stilata dal Brams (laboratorio di ricerca sulla musica) della canadese Université de Montréal; ma altri studi dimostrano che ci sono poche sovrapposizioni, come se ogni cervello avesse una sua predisposizione. Funzione “cancella”. Come impostare la funzione “cancella” se il proprio tarlo si fa fastidioso? Sembra essere inefficace la strategia di focalizzare l’attenzione su compiti diversi. E cercare attivamente di dimenticare il ritornello rende il tarlo ancora più persistente per le caratteristiche stesse della memoria: se si legge “non pensare all’elefante rosa” diventa impossibile non pensare a un elefante rosa. Diana Deutsch, ordinario di psicologia all’University of California a San Diego, sostiene che, quando i tarli si fanno fastidiosi, riflettono dei retropensieri, una sorta di post-it che invita a ricordare: spariscono quando si trova il legame.
(22/10/2010)

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Il procedimento messo a punto dagli scienziati della New York University non prevede l’uso di farmaci: il ricordo puroso non viene sostituito con un altro ma, nel momento in cui il cervello lo ricostruisce, manipolato in modo da cancellare il sentimento di paura che lo accompagna

Il metodo. Una buona notizia, soprattutto considerando che la memoria di fatti traumatici può condizionarci la vita. La claustrofobia può indurci, per esempio, a fare dieci rampe di scale invece di prendere l’ascensore, la paura di volare può impedirci di raggiungere la famiglia a Natale. Analizzando i meccanismi che "fissano" le paure nel cervello, gli studiosi americani hanno scoperto che, dopo l’evento traumatico, il ricordo viene elaborato dalla mente per un periodo di alcune ore, attraverso il fenomeno del riconsolidamento mentale. E hanno quindi capito che è lì che bisogna intervenire, in quella fase in cui il trauma è "neonato" e ancora malleabile, riscrivibile. Una situazione mentale comune soprattutto ai bambini, il cui cervello vergine assimila continuamente nuove informazioni e fobie ad esse legate.

Come funziona. In passato, altre ricerche hanno permesso di bloccare i brutti ricordi prima ancora che questi venissero "inscatolati" nella memoria cerebrale. Ma molti dei sistemi sperimentati finora si sono rivelati dannosi per l’uomo, basati su terapie farmacologiche innaturali. In altri casi, gli effetti positivi sono scomparsi dopo pochi giorni. Nel procedimento messo a punto dagli scienziati, invece, il ricordo pauroso non viene sostituito con un altro ma, nel momento in cui il cervello lo ricostruisce, manipolato in modo da cancellare il sentimento di paura che lo accompagna. Perché la terapia funzioni, però, il soggetto vi si deve sottoporre entro sei ore dal momento in cui il ricordo viene rievocato. "Il nostro studio mostra che durante la formazione di un ricordo esistono alcuni momenti in cui lo si può cambiare in maniera permanente. Comprendendo le dinamiche della memoria potremmo, nel lungo termine, aprire nuove strade nel trattamento dei disturbi legati a ricordi di carattere eccessivamente emotivo", spiega l’autrice della ricerca, Daniela Schiller.

Le ricerche sui topi. Gli studiosi sono giunti a queste conclusioni dopo aver condotto dei test sulle cavie riuscendo a eliminare negli animali la paura provocata da un suono associato a una scossa elettrica. Forti del successo della prima sperimentazione animale, le neuroscienziate Daniela Schiller ed Elizabeth Phelps hanno sviluppato un esperimento analogo sulle persone, legando l’associazione tra la visione di un quadrato blu emesso da un computer con una lieve scossa a livello del polso, in modo da provocare l’emozione della paura. Il giorno dopo hanno risottoposto i pazienti allo stimolo quadrato-scossa, ma solo una volta, in modo da attivare il ricordo, per poi mandarlo in onda una serie di volte seguito da una risposta neutra, senza scossa, secondo il metodo del "training di estinzione". Solo il gruppo di pazienti che aveva iniziato il training dieci minuti dopo aver ricevuto lo stimolo quadrato-scossa, quando cioè era ancora in corso la fase di "riconsolidamento mentale", non mostrava più segni di paura. Gli altri sì, e questa differenza si è ripresentata anche a distanza di un anno.

Le prospettive. I risultati della ricerca potrebbero aprire nuove strade a interventi terapeutici precoci e tempestivi, come nel caso di traumi legati a incidenti stradali o violenze. Resta solo da capire se davvero vogliamo privare il cervello di quell’autodifesa ancestrale, comune a tutti gli animali, che è la paura.


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15 Dicembre 2010 IMCI-SegreteriaFans0

Il verdetto di uno studio neozelandese sul popolare e diffusissimo antinfiammatorio-analgesico: non andrebbe somministrato a malati al di sotto dei 15 mesi di vita perché triplica le probabilità che diventino sensibili agli allergeni e sviluppino forme asmatiche verso i 6 anni.

Eppure il paracetamolo si usa tantissimo, non solo come antipiretico per la febbre sopra i 38 gradi, ma anche, e soprattutto, come antidolorifico. Il principio attivo è infatti alla base di moltissimi farmaci (circa 120), generici o ben noti come marchi commerciali. Lo contengono ad esempio prodotti come Tachipirina, Efferalgan, Zerinol, Tachifudec, Vicks medinait sciroppo, Neocibalgina, Buscopan e Actigrip, solo per citare i più conosciuti.

Per verificare gli effetti del farmaco sulla salute dei più piccoli, l’equipe coordinata da Julian Crane ha preso in esame quasi 1.500 bambini. Il campione è stato seguito per anni con uno studio prospettico; in questo modo i ricercatori hanno potuto indagare l’associazione tra consumo di paracetamolo nei primi mesi di vita e il rischio di sviluppare l’asma in età scolare. Per farlo hanno reclutato, tra il 1997 e il 2001, 1.105 donne in gravidanza in due centri della Nuova Zelanda, Christchurch e Wellington.

Una volta nati, i loro figli sono stati controllati a tre mesi, a 15 mesi ed a sei anni di età. Le mamme, di volta in volta, compilavano questionari (sia nei centri di ricerca sia seguiti da personale medico) in cui rispondevano a domande sul consumo di paracetamolo e sulla prevalenza dei sintomi dell’allergia quali respiro sibilante, febbre da fieno, rinite ed eczemi, asma ed eruzioni cutanee. Quando i bambini hanno compiuto sei anni, i ricercatori li hanno sottoposti a test cutaneo per valutare la loro sensibilità ad alcuni dei principali allergeni locali: erba di segale, latte di vacca, peli di gatto e cane e crine di cavallo. Hanno raccolto dei campioni di sangue e hanno analizzato la presenza degli anticorpi IgE, quelli che aumentano in presenza di allergia.

"La scoperta principale  –  dice Julian Crane, autore dello studio – è che i bambini che a cui è stato somministrato il paracetamolo prima di aver compiuto 15 mesi hanno il triplo di probabilità in più di diventare sensibili agli allergeni e il doppio di probabilità in più di sviluppare a sei anni sintomi come asma e respiro sibilante".

Le cause di questo collegamento non sono chiare e, secondo Crane, serviranno altre ricerche per fare luce su questo aspetto. Il dato certo, però, sono le evidenze che mostrano la correlazione tra infezioni polmonari e consumo di paracetamolo. "Il problema – dice il ricercatore – è che questo principio attivo è presente in molti farmaci per la cura del raffreddore e della tosse, e viene somministrato molto liberamente ai bambini piccoli".
Non è la prima volta che studi clinici puntano il dito contro la somministrazione del paracetamolo nei bambini piccoli. Già nel 2008, su Lancet si consigliava di moderarne l’uso durante i primi anni di vita, proprio perché aumentava il rischio di asma (rischio relativo 1,76), ma anche di rinocongiuntiviti (rischio relativo 1,78) e, in misura minore, di eczema (rischio relativo 1,54).

I ricercatori in quello studio retrospettivo avevano valutato 200mila bambini di 31 Paesi tra i sei e i sette anni. L’effetto era dose-dipendente. Un uso moderato, cioè una volta o più all’anno, comportava un rischio tutto sommato contenuto: 1,55 per l’asma, 1,37 per le rinocongiuntiviti e 1,26 per l’eczema. L’uso più frequente, invece, cioè una volta o più al mese, determinava un rischio molto più alto: triplicava nei primi due disturbi e raddoppiava per l’eczema.


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15 Dicembre 2010 IMCI-SegreteriaAlzheimer0

Individuata una base genetica comune a infarto cardiaco e Alzheimer. La ricerca apre cosi’ le porte al primo test genetico sul rischio di sviluppare, anche in eta’ precoce, le due malattie. Il test sarebbe addirittura a portata di mano secondo Federico Licastro, l’immunologo dell’Universita’ di Bologna che ha coordinato lo studio, in pubblicazione sulla rivista scientifica Journal of Alzheimer’s disease. "In America c’e’ gia’ chi si e’ messo a venderli", dice, citando il caso di un’azienda privata del New Mexico (Usa) cha ha collaborato allo studio. "Ma sono test che potremmo facilmente fare anche qui in Italia. Basta un prelievo di sangue". Alzheimer e infarto sono malattie tutt’altro che rare.

L’Alzheimer e’ la forma piu’ frequente di demenza senile: entro gli 85 anni ne viene colpita una donna su cinque e un uomo su dieci. L’infarto invece, che insieme ai problemi cardiovascolari e’ uno dei disturbi piu’ diffusi e una delle principali cause di morte, interessa circa il 12,5 per cento della popolazione. Sulla relazione tra le due malattie – ricorda in una nota l’Ateneo di Bologna – finora non si sapeva un gran che. Vero e’ che alcuni dati epidemiologici sembravano gia’ suggerire un qualche legame. Ad esempio, i problemi alle coronarie erano stati associati a una maggiore frequenza di Alzheimer, cosi’ come l’ipertensione, il colesterolo alto, il diabete e altri fattori di rischio tipici dei problemi cardiovascolari. Si sapeva inoltre che alcuni geni che controllano i processi infiammatori e il metabolismo del colesterolo avevano a che fare sia con l’Alzheimer, sia con l’infarto. Quello che hanno fatto i ricercatori e’ stato esaminare il Dna di 1.800 persone (280 colpite da infarto, 257 da Alzheimer, e 1.307 sane, come gruppo di controllo), sulle tracce di fattori genetici di rischio comuni alle due malattie.

E la loro indagine ha avuto risposta positiva: c’e’ una sovrapposizione tra il rischio congenito di incappare nell’Alzheimer e nell’infarto. Questa predisposizione genetica comune e’ stata riscontrata nel 30 e nel 40 per cento dei malati rispettivamente di infarto e Alzheimer. Per giungere a questa conclusione, gli studiosi hanno suddiviso l’intera popolazione testata in sei gruppi connotati da diversi livelli di rischio. Basso per i gruppi uno, due e tre: ma nel secondo e terzo e’ basso solo prima dei 65 anni. Alto per i gruppi quattro, cinque e sei. Nel cinque, il rischio e’ alto solo per l’infarto (da 55 anni in avanti); mentre il quattro e il sei sono proprio i gruppi su cui piu’ si sono concentrate le attenzioni dei ricercatori: sono entrambi ad alto rischio sia per l’infarto (prima dei 40 anni nel gruppo quattro e tra i 40 e 54 nel gruppo sei), sia per l’Alzheimer (prima dei 65 anni nel quattro, e oltre i 65 nel sei). Sono proprio questi ultimi due gruppi a presentare la predisposizione genetica comune.

"Finora, si conoscevano solo singoli geni associati alla due patologie, e questo non consentiva la messa a punto di un test individuale sul rischio", spiega Licastro. "Ora, invece, siamo riusciti a identificare un profilo genetico parzialmente comune, caratterizzato dalla presenza di diversi geni. E’ questo il salto di qualita’ che ci consente di effettuare il test e valutare un profilo in parte specifico per le due diverse malattie". In base al risultato del test, ad esempio, si potra’ decidere se procedere o meno al monitoraggio della situazione tramite controlli regolari ed esami medici piu’ approfonditi, sostengono i ricercatori. La base comune delle due malattie, inoltre, dice qualcosa di piu’ sulla loro origine. "Il cuore del profilo genetico dei soggetti ad alto rischio – spiega Licastro – e’ costituito da geni coinvolti nella sintesi e nel trasporto di colesterolo e nel controllo dell’infiammazione, che sembrano quindi essere alla radice di entrambi i disturbi". Accanto ai controlli, si apre quindi la possibilita’ di definire stili di vita appropriati che favoriscano la prevenzione, non solo dei problemi di cuore e circolazione, ma anche di Alzheimer. L’ingrediente tecnico che ha consentito il successo dello studio rischia pero’ di essere, come ammettono gli stessi ricercatori, anche il piu’ controverso. Per studiare il Dna dei loro pazienti, si sono infatti avvalsi di un’innovativa tecnica statistica, chiamata grade of membership analysis. Questo approccio, sebbene gia’ applicato nello studio di altri problemi, dai melanomi alla schizofrenia, e’ ancora dibattuto all’interno della comunita’ scientifica internazionale. "E’ pero’ proprio grazie a questo tipo di analisi statistica – dice Licastro – che abbiamo la possibilita’ di studiare queste malattie prendendo in esame anche solo alcune centinaia di casi. La statistica classica ne richiederebbe 10mila, 12 forse anche 20 o 30mila". Il professor Federico Licastro e il suo gruppo, tra cui le giovanissime Elisa Porcellini e Ilaria Carbone, continueranno ad approfondire la questione, alla caccia di nuovi legami genetici tra le due malattie.

(09/12/2010)


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15 Dicembre 2010 IMCI-SegreteriaAlzheimer0

Nuova luce sulle cause biologiche del declino cognitivo a cui si assiste nella malattia di Alzheimer: studiandone il modello animale di una rara forma ereditaria i ricercatori Telethon guidati da Francesco Cecconi dell’Irccs Fondazione Santa Lucia e dell’Universita‘ Tor Vergata di Roma hanno chiarito i dettagli molecolari alla base della mancata comunicazione fra le cellule nervose che nel tempo porta alla perdita della memoria e al deterioramento mentale tipico di questa grave patologia.

Pubblicato su Nature Neuroscience, questo risultato potrebbe avere importanti ricadute nella diagnosi precoce della malattia, tuttora molto difficile, ma anche nel disegno di possibili terapie.

Ad oggi non e’ ancora ben chiaro quali siano le cause della malattia di Alzheimer. Esistono pero’ delle rare forme ereditarie che vengono trasmesse da una generazione all’altra e che in genere si manifestano piu’ precocemente: studiare le forme genetiche ereditarie puo’ quindi rivelarsi molto utile anche per una comprensione piu’ generale della malattia.

”Siamo partiti dall’osservazione che con il progredire della malattia di Alzheimer i neuroni perdono progressivamente il contatto tra di loro – spiega Marcello D’Amelio, primo autore del lavoro e attualmente ricercatore dell’Universita‘ Campus Bio-Medico di Roma -. A livello strutturale questo si traduce nella perdita delle cosiddette ‘spine dendritiche’, prolungamenti del corpo della cellula nervosa che permettono il contatto, o sinapsi, con le altre cellule circostanti.

Quello che non conoscevamo, pero’, erano i meccanismi molecolari alla base di questo fenomeno”. I ricercatori Telethon si sono quindi concentrati su una particolare proteina, la caspasi 3, che risultava particolarmente attiva nella sinapsi al momento della comparsa dei primi deficit di memoria nel modello animale della malattia.

Questo risultato apre prospettive interessanti dal punto di vista della diagnosi, che al momento viene fatta quando la malattia e’ in fase conclamata perche’ non esistono degli indicatori precoci che possano fare da ”spie” per i medici.

Ma non e’ tutto: la ricerca potrebbe anche suggerire nuovi bersagli terapeutici per replicare nell’uomo quanto gia’ osservato nel modello animale.

(13/12/2010)


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Gli italiani continuano a condurre stili di vita scorretti nonostante la paura di malattie croniche a lungo termine: è la fotografia che emerge dalla nuova ricerca internazionale sui servizi sanitari “Bupa Health Pulse 2010” realizzata dalla London School of Economics. Oltre la metà degli italiani (54%) ammette di fare attività fisica sono per un’ora o meno alla settimana, mentre in linea con la media internazionale 7 connazionali su 10 (71%) bevono alcolici e quasi un terzo fuma (30%). Eppure l’86% è preoccupato di sviluppare in futuro una malattia cronica. Gli italiani ammettono che il maggior impedimento a scegliere stili di vita più sani è la mancanza di tempo (30%) mentre per il 17% è la mancanza di motivazione.

Lo studio “Bupa Health Pulse 2010” ha coinvolto oltre 12.000 persone in tutto il mondo e più di mille in Italia, analizzando gli atteggiamenti e le percezioni delle malattie croniche.

Il vero “incubo” degli italiani, tra disoccupazione e crisi economica, resta la salute: 9 su 10 temono, infatti, di sviluppare una malattia cronica e più della metà si dice in generale preoccupato della propria salute. Uno studio internazionale della London School of Economics, il Bupa Health Pulse 2010, ha individuato quelle più temute dai connazionali: al primo posto il cancro (37%), seguito dalla demenza senile e l’Alzheimer (12%), obesità (10%), cecità (9%), asma (8%), infarto e pressione (le malattie cardiache sono spauracchio per l’8% della popolazione). Chiudono la classifica delle malattie più temute bronchite (7%), diabete (5%) e sordità (4%).

"Sembriamo essere consapevoli della diffusione delle malattie croniche nella società, ma non facciamo abbastanza – ha commentato Sneh Khemka, Direttore Medico di Bupa International – per ridurre il rischio di sviluppare una condizione patologica a lungo termine. È interessante notare anche come le persone si preoccupino molto più del cancro che di altre malattie: eppure le patologie cardiovascolari uccidono un maggior numero di persone”.

(09/12/2010)


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15 Dicembre 2010 IMCI-SegreteriaAlzheimer0

Da un farmaco per la cura del diabete di tipo 2 una terapia per il morbo di Alzheimer: e’ quanto e’ stato dimostrato da un gruppo di studiosi tedeschi del German Center for Neurodegenerative Diseases (DZNE) e del Max-Planck-Institute for Molecular Genetics in collaborazione con i ricercatori inglesi dell’University of Dundee.

La metformina e’ in grado di regolare il funzionamento della proteina PP2A – responsabile della rimozione dei gruppi di fosfato dalla proteina Tau – che nei malati di Alzheimer e’ poco attiva: la metformina potenzia quindi il funzionamento di PP2A impedendo l’accumulo di fosforo nella proteina Tau e, quindi, l’accumulo della stessa proteina Tau nei cosiddetti ”ammassi neurofibrillari” responsabili del morbo d’Alzheimer. Lo studio e’ stato pubblicato su Pnas.

(26/11/2010)


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15 Dicembre 2010 IMCI-SegreteriaAlzheimer0

Passeggiare per 8 chilometri ogni settimana protegge per oltre 10 anni il cervello dal rischio di Alzheimer. Lo sostiene uno studio dell’Universita’ di Pittsburgh in Pennsylvania. Camminare ”protegge la struttura del cervello”, sottolineano Cyrus Raji e colleghi nel presentare la ricerca alla congresso della Societa’ Radiologica del Nord America, un beneficio che arriva ”soprattutto nelle aree chiave della memoria e nei centri di apprendimento”. I dati su 426 adulti confermano che coloro che hanno percorso a piedi questa distanza ”avevano un declino piu’ lento della memoria nei cinque anni” successivi alla rilevazione, risultando meno esposti non solo all’Alzheimer ma anche anche al declino cognitivo lieve.

(29/11/2010)


Istituto Medico Chirurgico - Termoli aut. san. reg. n.138 del 31.08.2011