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9 Aprile 2013 IMCI-DocImci Studio0

Accade a Pescara. La polizia denuncia una lucciola slava di 31 anni per atti contrari alla pubblica decenza

E’ stata denunciata per atti contrari alla pubblica decenza una prostituta slava di 31 anni che, a Pescara, si riscaldava vicino al falò senza indossare indumenti intimi. Sono stati i poliziotti a verbalizzare la denuncia. Lo racconta oggi Domenico Ranieri sul quotidiano abruzzese Il Centro, in prima pagina:  D’accordo che il reato di prostituzione non esiste (si favorisce il favoreggiamento), ma non bisogna tirare troppo la corda, altrimenti si finisce per esagerare. E’ capitato ad una disinvolta prostituta di origini serbe che per una sera ha dovuto lasciare il calduccio del falò – acceso nella zona della pineta Dannunziana di Porta Nuova a Pescara per combattere il freddo – e ha rischiato di finire al fresco (e qui il meteo c’entra poco) di una cella. Alla fine se l’è cavata, si fa per dire, con una denuncia per atti contrari alla pubblica decenza. Del resto, il mestiere più vecchio del mondo ha dei limiti e la 31enne lucciola proveniente dall’Est ha commesso un errore che le è costato i guai con la giustizia: ha dimenticato (?) di indossare le mutandine. Un po’ troppo per i poliziotti in servizio, i quali hanno constatato che la lucciola era svestita ogni oltre limite, non hanno potuto chiudere un occhio – solo perché ligi al dovere naturalmente – e hanno verbalizzato la denuncia. La procace slava non passerebbe inosservata se fosse bardata come una eschimese, figuriamoci mezza nuda! Torna in mente il titolo del film “Sotto il vestito niente”, ma in questo caso il regista ideale sarebbe Tinto Brass. Scommettiamo iun completo di lingerie?

08.04.2013


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25 Giugno 2012 IMCI-DocImci Studio0

Semplificare la vita renderà gli over 65 più autonomi. Sensori rileva parametri, braccialetti SOS e portapillole parlanti

Anche la tecnologia può aiutare gli anziani ad avere una vita più facile. Ed è questa una delle missioni di Italia Longeva, l’Agenzia nazionale dedicata all’invecchiamento, creata dal Ministero della Salute, dalla Regione Marche e dall’Istituto nazionale di ricerca e cura dell’anziano (Inrca) che sarà presentata ufficialmente il prossimo 14 giugno ad Ancona. «L’anziano che verrà non è un vecchio passivo, non autosufficiente, ma un ex baby boomer attivo, dinamico, abile, che difficilmente accetterà di non essere assistito per i suoi eventuali bisogni — spiega Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva —. La tecnologia può e potrà aiutare sempre più gli anziani: si va da tutto ciò che può servire a rendere la casa sicura, a braccialetti che rilevino se l’anziano è caduto e ha bisogno di aiuto, fino all’uso della telemedicina che consente la trasmissione dei dati sanitari più importanti a partire da microsensori per rilevare l’elettrocardiogramma, la glicemia e così via. Renderanno la vita facile anche i nuovi cellulari "semplificati" pensati per gli anziani, che non siano impossibili da usare per chi ad esempio soffre di artrosi, o ancora le lavatrici con un solo bottone».

CASA DOMOTICA – Questi e altri progetti fanno parte degli obiettivi del consorzio HomeLab per la domotica, promosso da Italia Longeva, che mira a rendere le abitazioni a misura di anziano per consentire a tutti di stare a casa propria più tempo possibile. «Vorremmo anche che il primato di longevità dell’Italia si trasformasse in un’opportunità di crescita per il Paese: i nuovi anziani dovrebbero essere di stimolo alle imprese per produrre materiali, manufatti e servizi esportabili poi in tutto il mondo occidentale che invecchia» dice Bernabei. Viene da chiedersi però quando tutto questo sarà davvero a disposizione degli anziani e soprattutto se sarà veramente fruibile: per il momento, stando ai dati Istat, l’unico bene tecnologico posseduto dalla maggioranza degli over 65 è il cellulare, meno del 10 per cento ha il computer o l’accesso a internet. Siamo sicuri che saranno in grado di vivere in una casa "intelligente"?

TECNOLOGIE A BASSO COSTO – «La diffusione a livello nazionale di tecnologie domotiche è ancora scarsa ma i nuovi progetti sono a buon punto e non stiamo parlando di fantascienza, bensì di possibilità a portata di mano — risponde Roberto Bernabei —. Trattandosi di tecnologie pensate per l’anziano, saranno tutte semplici da usare e pure a basso costo. E ben presto saranno anziane generazioni più abituate a dialogare con i computer: tutto diventerà ancora più facile per un maggior numero di anziani. L’essenziale è rendere gli over 65 il più possibile autonomi, aumentarne gli spazi di autosufficienza, semplificarne le condizioni di vita: in questo modo si conterranno anche i costi per il Servizio Sanitario». «L’obiettivo non è guarire l’anziano, perché quasi sempre ha malattie croniche da cui non si esce — interviene il geriatra Niccolò Marchionni —. Lo scopo oggi è far sì che resti a casa e sia efficiente il più a lungo possibile. Le nuove tecnologie semplificate serviranno a permetterlo, in moltissime occasioni. Basti pensare, per esempio, ai benefici che potrebbero dare scatole di farmaci intelligenti che ricordino quando è l’ora di prendere la pillola o che suonino un allarme se si dimentica di assumerla. Sarebbero utilissime e oggi non sono affatto impossibili da mettere a punto».

11.06.2012


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25 Ottobre 2011 IMCI-DocImci Studio0

Team italiano: scoperta una sostanza che può condurre anche alla demenza senile

C’ è una mutazione genetica all’origine della pedofilia. La causa dell’attrazione deviata di un adulto verso i bambini è il risultato del difetto di un fattore di crescita (la progranulina) coinvolto in numerosi processi fisiologici, ma anche patologici. A rivelarlo per la prima volta al mondo è uno studio italiano compiuto dal dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino presso l’ospedale Molinette, in collaborazione con quello di Scienze neurologiche dell’Università di Milano. Uno studio pubblicato sulla rivista internazionale «Biological Psychiatry» che sarà presentato e discusso in anteprima durante il congresso della Società italiana di Neurologia che si inaugura domani al Lingotto di Torino. Di fronte a oltre 2500 specialisti di calibro internazionale verrà illustrato dal professor Lorenzo Pinessi, coordinatore dello studio, il caso di un uomo che dall’età di 50 anni ha iniziato ad avere comportamenti pedofili nei confronti della figlia di 9. Analisi a livello neurologico, oltre che psicologico, hanno permesso di scoprire nell’osservazione dei geni la mutazione della progranulina, sostanza fondamentale anche nel processo di differenziazione sessuale del cervello fin dal periodo intrauterino. Mutazione che produce un ridotto controllo degli impulsi e porta inoltre alla demenza frontale, malattia simile all’Alzheimer che l’uomo colpevole delle «attenzioni particolari» verso la figlia pre-adolescente ha poi sviluppato. Un annuncio clamoroso: dimostra che lo studio di pazienti con malattie neurodegenerative anche rare permette di individuare possibili basi biologiche di alterazioni di comportamenti socialmente inaccettabili. La scoperta che verrà presentata a Torino apre nuove prospettive di ricerca, ma pone forse per la prima volta non solo la Medicina di fronte a un differente approccio alla malattia. Evidenti i potenziali risvolti etici e giuridici di una scoperta del genere. «Aver dimostrato che la pedofilia è in larga misura legata a basi biologiche – sottolinea il professor Pinessi, che ha condotto lo studio con il collega Innocenzo Rainero, e in collaborazione con il professor Elio Scarpini dell’Università di Milano – significa dire molto non solo dal punto di vista medico, ma anche sociale». La pedofilia, che è un disturbo dell’eccitazione sessuale in cui si manifesta interessa per bambini in età prepuberale, può manifestarsi con esibizionismo, fino a sfociare nel sadismo o nel feticismo. La ricerca torinese è il punto di partenza. Richiederà nuovi studi per estendere i risultati. Tutti i pedofili presentano la medesima mutazione genetica? «E’ possibile, ma dovrà necessariamente essere l’oggetto di ulteriori approfondimenti e altre dimostrazioni scientifiche», risponde Pinessi. Aver individuato che alla base della pedofilia c’è una causa neurobiologica significa però poter sostenere da subito che «esiste una possibilità di cura», come dimostra lo stesso caso di Torino: «Dopo alcune settimane di trattamento con farmaci neurolettici atipici antipsicotici accanto ad antidepressivi inibitori selettivi della serotonina il paziente ha cessato i suoi comportamenti pedofili», garantiscono gli studiosi del gruppo torinese.

21.10.2011


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20 Ottobre 2011 IMCI-DocImci Studio0

E’ stato confermato che il fumo è legato alla menopausa precoce da uno studio fatto dal dottor Volodymyr Dvornyk, dell’Università di Hong Kong, e colleghi, che hanno raccolto i dati di diverse ricerche precedenti, fatte su circa 6.000 donne negli Stati Uniti, in Polonia, in Turchia e in Iran. E’ emerso che le donne che fumano possono entrare in menopausa, in media, circa un anno prima rispetto a quelle che non fumano. Sia la menopausa precoce che quella tardiva sono legate ai rischi per la salute. Le donne con menopausa tardiva, ad esempio, hanno un aumento del rischio di cancro al seno, perché esposte agli estrogeni più a lungo. In generale, invece, la menopausa precoce è legata a un maggior numero di rischi dovuti alle malattie cardiovascolari, al diabete mellito, all’obesità, all’Alzheimer e ad altre patologie.

20.10.2011


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12 Ottobre 2011 IMCI-DocImci Studio0

A livello sessuale l’attrattività è valutata in base a singoli elementi che possono essere indice di fertilità o salute, a livello non sessuale è considerata l’armonia delle parti

Le donne valutano l’attrattività di un volto a due livelli, uno sessuale, basato su specifiche caratteristiche della faccia, come mascella, zigomi e labbra, e uno non sessuale, basato sull’estetica generale: lo afferma una ricerca condotta da ricercatori della Penn State University pubblicata sul "Journal of Experimental Social Psychology" e condotta da Robert G. Franklin, Reginald Adams e collaboratori. “Al livello sessuale di base, l’attrattività rappresenta una qualità che dovrebbe aumentare il potenziale riproduttivo, coinvolgendo segnali che indicano la fertilità o la salute”, spiega Franklin. Sul versante non sessuale, l’attrattività può invece essere percepita come un tutto, di cui si considera l’armonia delle parti. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno mostrato a 50 studentesse eterosessuali una varietà di visi di uomini e donne, chiedendo di valutarli su una scala da uno a sette come ipotetici compagni in un rapporto sessuale e come compagni fissi di studio. La prima domanda serviva a determinare l’attrattività dei volti su base sessuale, mentre la seconda portava a fare appello a un senso estetico generale. Gli psicologi hanno quindi presentato gli stessi volti a un altro gruppo di 50 studentesse eterosessuali. Le metà superiore e inferiore di alcuni dei volti, però, erano state fatte slittare orizzontalmente in direzioni opposte. La divisione dei volti ne impedisce una valutazione estetica globale e costringe a concentrasi su singole caratteristiche. Alle partecipanti al test è stato quindi chiesto di valutare l’attrattività dei visi sia nella loro forma slittata che in quella integra.  "La valutazione delle facce divise del secondo gruppo correlava bene con quello della valutazione non sessuale del primo quando i volti mostrati erano femminili. Ma si aveva un cambiamento quando venivano mostrati visi maschili, correlando in tal caso molto meglio con la valutazione data dal primo gruppo all’ipotetico partner sessuale", spiega Franklin.   "Non sappiamo se l’attrattività sia un effetto culturale o semplicemente sia legata al modo in cui i nostri cervelli elaborano l’informazione", ammette Franklin. "In futuro intendiamo studiare come le differenze culturali fra i nostri soggetti abbiano un ruolo nel modo in cui valutano queste facce. E vogliamo anche vedere come i cambiamenti ormonali sperimentati dalle donne nelle diverse fasi del ciclo mestruale influiscano sul modo in cui valutano l’attrattività ai due livelli."

04.10.2011


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21 Settembre 2011 IMCI-DocImci Studio0

Riposare bene aiuta la memoria. Riposare bene aiuta a ricordare meglio. Al contrario, dormire male e con frequenti interruzioni potrebbe influire sulla capacità che ha il cervello di costruire la memoria e i ricordi. A dismostrarlo è uno studio americano dell’Università di Stanford (Usa), pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science, che potrebbe aiutare a spiegare alcuni problemi di memoria legati a condizioni patologiche come l’Alzheimer e l’apnea del sonno. Secondo lo studio non è tanto rilevante la durata del riposo quanto la qualità. La ricerca statunitense. La ricerca è stata effettuata su dei topi da laboratorio, grazie ai quali si è notato come l’interruzione del sonno può causare problemi ad alcune funzioni celebrali, come ad esempio, la capacità di riconoscere oggetti familiari. ricercatori hanno inviato direttamente nel cervello delle cavie degli impulsi luminosi nel corso del sonno, in modo tale da creare disturbo senza intaccare la quantità complessiva di ore dormite (grazie appunto a tecniche di optogenetica). In un secondo momento i roditori sono stati chiusi in una scatola contenente due oggetti, uno famigliare e uno sconosciuto. A questo punto, dalle reazioni dei roditori, gli studiosi hanno intuito che i topi non riuscivano più a riconoscere gli oggetti a loro famigliari in conseguenza di un’interruzione significativa del ciclo circadiano e non facevano alcuna distinzione tra gli oggetti conosciuti e sconosciuti, evidenziando una significativa diminuzione della loro performance mnemonica. Importante la continuità del sonno. Il cervello utilizza infatti la fase del sonno profondo proprio per passare in rassegna gli eventi del giorno e decidere cosa conservare e cosa rimuovere definitivamente dalla memoria. "La continuità del sonno è uno dei principali fattori interessati da diverse condizioni patologiche che colpiscono la memoria, tra cui l’Alzheimer e altri deficit cognitivi legati all’eta’", ha spiegato il dottor Luis de Lecea, che ha condotto lo studio. Il sonno interrotto riguarda spesso anche persone dipendenti da alcol, oltre a coloro che soffrono di apnea del sonno – una condizione in cui la gola si restringe o si chiude ripetutamente durante il sonno limitando l’ossigeno e inducendo il paziente a svegliarsi. "Indipendentemente dalla quantità totale di sonno o dall’intensità del sonno, i nostri studi portano a concludere che una unità minima di sonno ininterrotto è cruciale per il consolidamento della memoria", ha concluso de Lecea.

27.07.2011


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19 Settembre 2011 IMCI-DocImci Studio0

Ossessionati dai motivetti infernali dei tormentoni estivi? La colpa è del lobo temporale anteriore destro, una regione del cervello a forma di pollice che si trova appena dietro l’orecchio destro. Qui, infatti, si cela la memoria musicale: se questa regione del cervello è danneggiata, non si è più in grado di riconoscere persino le melodie più famose, come accade in alcune forme di demenza. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato su ‘Brain’ dal team di Olivier Piguet del Neuroscience Research Australia.Gli scienziati, si legge su ‘NewScientist’, volevano capire perché le persone con Alzheimer hanno difficoltà di memoria, ma possono ricordare le informazioni se queste vengono cantate loro. Uno studio precedente ha attirato l’attenzione dei ricercatori sul lobo temporale anteriore destro, responsabile del nostro modo di capire parole e concetti.Per saperne di più, Piguet ha chiesto a 27 volontari affetti da demenza di ascoltare coppie di brani musicali. Quattordici pazienti soffrivano di Alzheimer, 13 di demenza semantica (una condizione in cui le persone possono parlare fluentemente, ma perdono la capacità di ricordare i nomi di oggetti, persone e concetti astratti). I risultati ottenuti in questa sorta di ‘Musichiere’ sono stati confrontati con quelli di venti volontari sani.Ebbene, le persone con demenza semantica hanno più difficoltà a identificare i brani musicali famosi rispetto ai malati di Alzheimer. Questo ha permesso di individuare l’area chiave per conservare la memoria musicale, confrontando le regioni cerebrali danneggiate nei due gruppi di pazienti. Ma come funziona il test? Ai partecipanti è stato chiesto di ascoltare fino a 60 melodie. Trenta erano ben note – tipo Jingle Bells – e a ognuna era abbinato un brano non familiare, nella stessa chiave e con lo stesso tempo dell’altro. Dopo ogni pezzo i volontari dovevano dire se avevano ascoltato una melodia famosa oppure no. I partecipanti hanno anche ascoltato 48 suoni di tutti i giorni (dal frullatore alla tromba), abbinando l’immagine appropriata scelta in un gruppo di sei.Come previsto, le persone con demenza semantica hanno avuto più problemi, individuando i brani famosi solo nel 60% dei casi, contro l’85% e il 90% rispettivamente dei pazienti con Alzheimer e dei volontari sani. La risonanza magnetica ha rivelato che il lobo temporale anteriore destro è stato molto ristretto nella maggior parte delle persone con demenza semantica. In media, inoltre, i soggetti in cui quest’area era più danneggiata sono stati i meno abili nel riconoscere i brani famosi. Inoltre, le difficoltà a riconoscere la fonte dei suoni quotidiani sono state associate a danni differenti nel cervello. Le persone affette da Alzheimer, invece, non hanno evidenziato problemi significativi nelle regioni del cervello ‘sotto esame’, il che spiega perché sono in grado di riconoscere e identificare i motivetti e i suoni familiari come il clacson. Piguet sospetta che il lobo temporale anteriore destro sia ‘attaccato’ nella demenza semantica, ma non nella malattia di Alzheimer.

31.08.2011


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19 Settembre 2011 IMCI-DocImci Studio0

"Ciò che è buono per il cuore è buono per il cervello", è il motto di Laura Fratiglioni direttore dell’Aging Research Center (ARC) del Karolinska Institutet, in Svezia, sulle malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer. L’allungamento della vita media della polazione sta incrementando la prevalenza di patologie correlate all’invecchiamento. Le ricerche di Fratiglioni hanno dimostrato che i fattori isici sono significativi. Non solo la pressione sanguigna alta o bassa, ma anche il diabete e l’obesità quando aumentano durante la mezza età innalzano il rischio di sviluppare demenza dopo i 70 anni. "Il cervello, proprio come altre parti del corpo, richiede la stimolazione e l’esercizio per continuare a funzionare. Anziani con una vita attiva mentale, fisica e sociale – spiega Fratiglioni – corrono un rischio minore di sviluppare demenza, non importa quali attività svolgano”. Un gruppo di esperti ha stimato che in tutto il mondo oltre 24 milioni di persone sono colpite da demenza, la maggior parte affette da Alzheimer. Nei paesi più sviluppati, il 70% delle persone con demenza ha 75 anni o più. L’età è il maggiore fattore di rischio per lo sviluppo di demenza. Ma è sempre più evidente che la forte associazione con l’aumentare dell’età può essere, almeno in parte, spiegata da una esposizione cumulativa a diversi fattori di rischio nel corso della vita.

12.08.2011


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16 Settembre 2011 IMCI-DocImci Studio0

Dormire male e con frequenti interruzioni influisce negativamente sulla capacità che ha il cervello di costruire la memoria e i ricordi e favorisce malattie legate a deficit cognitivi quali ad esempio l’Alzheimer e l’apnea del sonno. È quando rivela un recente studio condotto dai ricercatori dell’Università di Standford, in California, e pubblicato sulla rivista “Proceedings of National Academy of Sciences”. Secondo gli studiosi americani, è proprio nella fase di sonno profondo che il cervello va a rielaborare ciò che è accaduto nella giornata appena trascorsa, decidendo cosa immagazzinare e cosa no. Alcune fasi del sonno, poi, sono necessarie per la rigenerazione dei neuroni nella corteccia cerebrale mentre altre hanno la particolarità di formare nuovi ricordi e generare nuove connessioni sinaitiche. Dormire con molte interruzioni, quindi, può avere effetti dannosi sulla capacità di concentrazione, apprendimento e memorizzazione e a lungo andare può provocare diverse condizioni patologiche. «La continuità del sonno – ha spiegato Luis de Lecea, che ha condotto lo studio – è uno dei principali fattori interessati da diverse condizioni patologiche che colpiscono la memoria, tra cui l’Alzheimer e altri deficit cognitivi legati all’età. Indipendentemente dalla quantità totale di sonno o dall’intensità, i nostri studi portano a concludere che un’unità minima di sonno ininterrotto è cruciale per il consolidamento della memoria». Per arrivare a queste conclusioni gli studiosi della Stanford University hanno effettuato dei test su dei topi utilizzando la tecnica dell’optogenetica in cui alcune cellule, quelle responsabili del passaggio dal sonno alla veglia, sono state geneticamente modificate per poter essere controllate da impulsi di luce. Dopo che alcuni topi hanno subito la frammentazione del sonno, i ricercatori si sono accorti che, proponendo loro la stessa prova a cui erano stati precedentemente esposti, non hanno reagito nella stessa maniera. I topi a cui il sonno era stato disturbato infatti riconoscevano con più difficoltà o addirittura per niente oggetti che avrebbero dovuto essere loro familiari mentre quelli a cui il sonno non era stato alterato non presentavano alcun problema di memoria. Insomma dormire male non solo può farci sentire stanchi e privi di energie per affrontare al meglio la giornata, ma è dannoso anche per la memoria.

28.07.2011


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15 Settembre 2011 IMCI-DocImci Studio0

E’ noto a tutti che la caffeina è una sostanza stimolante che agisce sul cervello, aiuta a combattere la sonnolenza e la stanchezza, riduce il rischio di ammalarsi di Alzheimer, migliora l’umore e la concentrazione. E’ uno dei primi pensieri mattutini, uno dei più stretti alleati per caricarci e affrontare ogni nuovo giorno. Eppure secondo gli esperti queste famose qualità potrebbero essere in parte frutto in una potentissima autosuggestione. Alcuni ricercatori della University of East London hanno realizzato dei test per verificare quale fosse l’effettivo potere di questa bevanda sull’organismo. Per l’esperimento, si legge nella rivista “Appetite”, hanno somministrato a un gruppo di volontari del semplice caffè, dicendo loro che conteneva caffeina, mentre in verità si trattava di caffè decaffeinato. In una serie di test successivi volti a misurare prestazioni mentali, tempi di reazione e umore, alcuni soggetti di questo gruppo sono riusciti a fare addirittura meglio dei volontari che avevano consumato il vero caffè con caffeina. Secondo gli studiosi, l’aspettativa che la caffeina aiuti sensibilmente le proprie prestazioni è talmente forte che chi l’assume sente i suoi effetti anche quando in realtà la caffeina non c’è.

04.09.2011


Istituto Medico Chirurgico - Termoli aut. san. reg. n.138 del 31.08.2011