pensiero_positivo.jpg

14 Marzo 2012 IMCI-DocNeuroscienze0

L’importanza di avere un atteggiamento positivo è compresa già dai bambini in tenera età, ma la capacità di mobilitare questa risorsa anche nelle situazioni di difficoltà dipende più dall’atteggiamento dei genitori che dall’indole del bambino. I piccoli capiscono già a cinque anni che ci si sente meglio dopo aver avuto pensieri positivi, ma fanno più fatica a comprendere come il pensiero positivo possa risollevare l’animo quando si è coinvolti in situazioni negative, come per esempio cadere e farsi male. In queste situazioni, il livello di ottimismo e di speranza dei genitori ha un ruolo significativo nella capacità del bambino di comprendere il potere del pensiero positivo. Che il "pensare positivo" sia di aiuto a sentirsi meglio lo capiscono già i bambini della scuola materna, e questo può non stupire. Ciò che è meno ovvio è che a dettare la capacità del bambino di assumere un atteggiamento positivo anche nelle situazioni difficili sia, più che la sua indole, l’atteggiamento verso la vita e la capacità di pensare positivo dei suoi genitori. Ad appurarlo è stato uno studio condotto da ricercatori della Jacksonville University e dell’Università della California a Davis, che lo illustrano.Nello studio, i ricercatori hanno esaminato 90 bambini di età compresa fra i 5 e i 10 anni. I bambini ascoltavano sei storie in cui due personaggi provavano un’emozione dopo aver sperimentato qualcosa di positivo (ricevere in regalo un cucciolo), negativo (rovesciare il bricco del latte), o ambiguo (l’arrivo di un nuovo insegnante). Dopo ciascuna esperienza, un personaggio aveva un pensiero ottimista, inquadrando l’evento in una luce positiva, mentre l’altro aveva un pensiero pessimista, mettendo l’evento in una luce negativa. I ricercatori a questo punto chiedevano ai bambini di giudicare le emozioni di ogni personaggio e di fornire una spiegazione per quelle emozioni. In colloqui precedenti, i ricercatori avevano accuratamente valutato il livello di ottimismo e speranza di ogni bambino e dei suoi genitori. Già dai 5 anni i bambini capiscono che le persone si sentono meglio dopo aver avuto pensieri positivi che non dopo aver avuto pensieri negativi, e dimostrano pure di comprendere l’importanza di avere pensieri positivi in situazioni ambigue, una comprensione quest’ultima che diventa più profonda con l’aumentare dell’età. I bambini mostrano  invece una maggiore difficoltà a comprendere come il pensiero positivo possa risollevare l’animo di qualcuno che sia coinvolto in situazioni negative, come per esempio cadere e farsi male. In queste situazioni, il livello di ottimismo e di speranza del bambino ha un ruolo significativo nella capacità di comprendere il potere del pensiero positivo, ma decisamente più grande lo ha l’atteggiamento dei genitori. "Oltre all’età, il più forte predittore della comprensione da parte dei bambini dei benefici del pensiero positivo, non è il livello di speranza e di ottimismo del bambino stesso, ma quello dei suoi genitori", spiega Christi Bamford, che ha condotto lo studio. I risultati, osserva la Bamford, sottolineano il ruolo dei genitori nell’aiutare i bambini a imparare a sfruttare il pensiero positivo per sentirsi meglio quando le cose si fanno difficili. 

24.12.2011


neuroni_specchio.jpg

23 Settembre 2011 IMCI-DocNeuroscienze0

Mi è capitato spesso negli ultimi anni, impegnati ad analizzare scritti utili alla tesi di dottorato (il ruolo del meccanismo mirror nella comprensione del testo), di incontrare titoli riportanti il suffisso "neuro" su articoli e libri degli ambiti di studio più disparati, nel tentativo, suppongo, di riconfigurare temi ritenuti troppo complessi per essere trattati in termini puramente neuroscientifici. “Dubitare di tutto o credere a tutto sono due strategie altrettanto comode. Con entrambe eliminiamo la necessità di riflettere” (H. Poincarè). Penso all’educazione, all’apprendimento, all’arte, alla morale, all’economia e a tanto altro. Allo stesso tempo, ho incrociato parecchi commenti (soprattutto italiani) tesi a sottolineare la “leggerezza” con cui, sia le neuroscienze cognitive che le scienze umane, avrebbero teorizzato sui risultati delle ultime scoperte, considerate da molti alla stregua di “acqua calda” o di una semplice “moda”, quindi, non in grado di aggiungere alcunché alla conoscenza già disponibile da anni. Ma quali sono le perplessità e le critiche più frequenti che vengono rivolte all’espandersi della prospettiva neuroscientifica ormai in ogni campo del sapere? In sintesi, esse possono essere così declinate: la tendenza riduzionistica, ovvero la pretesa di spiegare il mentale in termini fisici; l’ambizione unificante, ossia credere di aver scoperto il principio di tutte le spiegazioni, la spiegazione che inghiotte tutte le altre; l’assomigliare più a una moda che a un nuovo paradigma, grazie anche al potere seduttivo delle parole, delle tecniche e delle immagini che utilizzano; l’accusa di non tener conto della conoscenza accumulata dalle scienze umane in questi anni; l’ambizione di spiegare in termini corporei anche quei fenomeni da sempre considerati misteriosi e inspiegabili, come la coscienza, la capacità di scelta, la motivazione, la memoria. In questo contributo cercherò, attraverso le risposte di alcuni dei rappresentanti più significativi delle neuroscienze cognitive, di far emergere quanto tali interpretazioni risultino quantomeno discutibili, spesso non trovando riscontro nelle parole, negli scritti e nelle intenzioni dichiarate dagli esperti in questo ambito. La natura delle critiche sembra invece, a volte, fornirci un’interessante esempio di “rispecchiamento”, compatibile anche con il timore di perdere le posizioni conquistate… Naturalmente anche il punto di vista qui espresso è puramente soggettivo, gratuito e velleitario, anche se mi impegnerò a renderlo il più coerente possibile.

Introduzione: Una delle frasi che ritengo emblematiche del destino a cui solitamente vanno incontro le teorie più innovative, è quella di John B.S. Haldane (biologo e genetista inglese; 1892-1964). Secondo lo scienziato britannico, le teorie attraversano quattro stadi di accettazione (1963):

è una sciocchezza priva di valore;

è un punto di vista interessante, ma erroneo;

è vera, ma del tutto irrilevante; l’ho sempre detto.

Mi sono chiesta, allora: a quale di questi stadi di accettazione appartiene una delle ultime e più straordinarie scoperte per la conoscenza del funzionamento cerebrale e della nostra capacità di comprendere e interagire con gli altri? Parlo naturalmente della scoperta dei "neuroni specchio" da parte del gruppo di Parma guidato da Giacomo Rizzolatti, a quasi vent’anni dalla scoperta. Nonostante le riflessioni e le teorizzazioni sulle straordinarie implicazioni del meccanismo mirror, a livello epistemologico e antropologico, abbiano avuto bisogno di un lungo periodo di gestazione prima di essere divulgate (cosa che avvalora la saggezza, piuttosto che la leggerezza rispetto all’utilizzo dei risultati), nell’ultimo decennio si è assistito ad un moltiplicarsi di ricerche tese ad approfondire le relazioni e gli effetti connessi a questa scoperta, e alla conseguente diffusione di pubblicazioni sul tema a livello internazionale. Ciononostante, in Italia, molti studiosi si trovano ancora al primo stadio (É una sciocchezza priva di valore), una minoranza oscilla tra il secondo e il terzo stadio, e qualcuno è già arrivato al quarto (L’ho sempre detto). Se da un lato è evidente che è in atto una tentazione forte di abbinare il suffisso “neuro” ad ogni disciplina (neuroeconomia, neuroestetica, neuroetica, neuropedagogia, neurodidattica, neurofenomenologia, …), è altrettanto evidente che la responsabilità di questa tendenza non può essere addebitata alle neuroscienze, ma a chi utilizza i risultati delle loro ricerche trasferendoli ai più svariati settori disciplinari, e non  sempre facendone un buon uso. Il problema che ravviso sta proprio in questa operazione di traducibilità. Il fascino che può esercitare la scoperta di un meccanismo che permette di svelare il farsi della conoscenza, allo stesso modo in cui si compie un’azione o si osserva qualcosa, è facilmente comprensibile e appetibile per ogni studioso, considerato che, come ci fa notare Davide Chalmers (australiano, filosofo della mente) parlando del hard problem (1996): lo studio di un fenomeno mentale è alla fine sempre quello di una persona che ne fa esperienza. Oltretutto, poiché questi fenomeni appartengono all’esperienza di tutti, nessuna meraviglia di fronte alla necessità, avvertita in diversi ambiti disciplinari, di assumere e confrontare il loro orizzonte conoscitivo e di analisi incorporando nuove e più esplicative chiavi di lettura. Il fattore di criticità sembra invece risiedere nell’interpretazione dei risultati divulgati dai neuroscienziati, da parte di studiosi di altre discipline, nell’uso che quest’ultimi ne fanno (più o meno coerentemente con le proprie interpretazioni) e nel fatto che alle interpretazioni molto spesso non seguano, a parte qualche rara esperienza, appropriate linea di ricerca, approcci metodologici, o proposte di intervento conformi al cambio di paradigma che sembrano assumere. Nella maggior parte dei casi ci si limita invece: a “narrare i risultati” delle neuroscienze; a declamare la loro natura paradigmatica per il futuro della ricerca in ogni campo; a introdurre qua e là, nel proprio repertorio linguistico, parole nuove per semplice giustapposizione; a cercare di carpire termini di vecchia conoscenza (come empatia, motorio, imitazione, azione, …) con la sottesa intenzione di marcare il fatto che in fondo non si tratta proprio di una grande novità. A parere di chi scrive, non cogliere le inedite e straordinarie potenzialità euristiche che le neuroscienze cognitive degli ultimi quindici anni ci stanno restituendo, significa farsi interprete di una disarmante mancanza di coraggio di cambiare prospettive, tipica più del senso comune che dell’uomo di scienza; significa, in buona sostanza, non afferrare il capovolgimento radicale che una tale scoperta comporta a livello della (ri)strutturazione della conoscenza e dell’intera architettura del sapere accumulato sino ad oggi. Vediamo ora come alcuni studiosi di neuroscienze cognitive hanno risposto alle critiche che frequentemente vengono rivolte ai loro lavori e conseguenti teorizzazioni. Naturalmente qui mi limiterò a riportare solo alcune delle più significative risposte rese, allo scopo di evidenziare come la maggior parte dei rischi epistemologici attribuiti ai neuroscienziati, trovino pochi riscontri alla fonte. Lo scienziato a cui farò più riferimento è Vittorio Gallese (neurofisiologo del gruppo di Parma, a cui dobbiamo la scoperta dei neuroni specchio), avendo, per esigenze di ricerca, approfondito maggiormente il suo pensiero e le sue pubblicazioni, peraltro numerose e dense di riferimenti agli aspetti qui presi in considerazione. La critica di riduzionismo Chi rimprovera i neuroscienziati cognitivi di riduzionismo attribuisce a questi ultimi l’intenzione, o la convinzione, di poter spiegare il funzionamento mentale esclusivamente in termini di funzionamento cerebrale o attraverso il comportamento, tralasciando quindi qualsiasi altra assunzione su aspetti che vanno oltre all’osservabile o al fisico. Di seguito, alcune delle risposte e sottolineature che i neuroscienziati restituiscono per contrastare l’inesatta concezione del mentale a loro attribuita. Giorgio Vallortigara (ordinario di neuroscienze del Centro interdipartimentale mente/cervello dell’Università degli Studi di Trento) risponde così al rischio riduzionista: “Se per riduzionista si intende uno che crede che l’attività mentale sia il risultato dei processi che avvengono in un sistema fisico, io lo sono. Se invece per riduzionismo si intende dire che l’attività mentale è nient’altro che l’attività del sistema nervoso, allora no. Perché quel che accade dentro un sistema nervoso dipende dai rapporti con gli altri sistemi nervosi, ovvero, per noi, la storia, la società, la cultura”. Vittorio Gallese, nel saggio dal titolo Corpo vivo, simulazione incarnata e intersoggettività, in Neurofenomenologia (2006) si esprime così nelle conclusioni: “La ricerca neuroscientifica futura dovrà sempre più concentrarsi sugli aspetti in prima persona dell’esperienza umana e cercare di studiare meglio le caratteristiche personali dei singoli soggetti di esperienza. A renderci chi siamo non è solo il possesso di meccanismi nervosi condivisi, ma anche un percorso storico individuale fatto di esperienze soggettive uniche e particolari … Una delle sfide future sarà quella di passare dalla ‘medietà normativa’ delle caratteristiche d’attivazione di un supposto livello medio … un approfondito studio di come le caratteristiche individuali dell’esperienza di vita si traducano in caratteristici … profili di attivazione corticale, e come questi meccanismi siano alla base del peculiare modo di esperire il mondo degli altri proprio di ognuno di noi. Dovremo passare cioè dallo studio della mente umana allo studio delle menti umane.” Gerald Edelman (neuroscienziato americano, premio Nobel nel 1972), nella sua epistemologia basata sul cervello, pur descrivendo le conseguenze positive che una spiegazione scientifica della nostra “Seconda Natura” (la mente cosciente) comporterebbe a livello epistemologico, precisa più volte che “una spiegazione scientifica esclusivamente riduzionistica di questa seconda natura, della sua etica e della sua estetica non è desiderabile né probabile né imminente” (2006). Inutile far notare che sembrano tutte risposte che con il riduzionismo hanno ben poco a che fare. La critica alle spiegazioni unificanti. Le teorizzazioni che hanno fatto seguito alle evidenze empiriche fornite dalle neuroscienze sono state spesso associate all’intento ambizioso di fornire una spiegazione globalizzante della cognizione umana. Ma è davvero questo l’intento delle attuali neuroscienze cognitive? Cercare la spiegazione delle spiegazioni, il principio o il meccanismo in grado di fagocitare tutte le interpretazioni fornite dalle altre discipline fino ad oggi? O una tale interpretazione “riflette” il bisogno tipicamente umano (e non quindi solo degli scienziati) di cercare la soluzione ultima dei misteri che ancora ci circondano, identificandola nelle situazioni, o nei fenomeni, che di volta in volta più si prestano a tal fine? E la classe di neuroni specchio sembra ben prestarsi a spiegazioni globalizzanti, anche se i neurofisiologici sono i primi a mettere un freno a tale tentazione. È vero che Giacomo Rizzolatti (neurofisiologo a guida del gruppo di Parma) ad una conferenza del 2008 ha parlato di una “visione unificante delle basi di una conoscenza sociale” e che Vittorio Gallese, intervistato da Marco Mozzoni per BrainFactor (2009), parla della presenza nel cervello umano di un meccanismo che rappresenta “la spiegazione unificante più parsimoniosa di una serie di diversi dati comportamentali e clinici”, ma è altrettanto vero che, a più riprese, sottolineano che la ricerca è solo agli inizi e che il gigantesco panorama di indagine e di studio che si è aperto dopo la scoperta dei mirror dovrà necessariamente basarsi sull’unificazione e integrazione delle discipline che da tempo si occupano dei processi che sembrano implicati dal sistema mirror, e cioè i processi cognitivi, emotivi, sociali, creativi, etici… E Gallese, al Convegno dal titolo “Le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività” (2010), risponde così alla critica di uniformità: “Le neuroscienze oggi sono molto discusse. Sono spesso presentate per quello che non sono, e cioè lo strumento che ci darà le risposte ultimative a quesiti rimasti tutt’ora irrisolti dopo millenni di speculazioni di natura filosofica. Questo tipo di atteggiamento non è sicuramente condiviso, almeno dalla gran parte dei miei colleghi, ma è, nel nostro paese, spesso il risultato di un modo sensazionalistico e banale di presentare i risultati della ricerca scientifica”. Anche Antonio Damasio (professore di neurologia alla University of Southern California) ribadisce più volte ne L’errore di Cartesio (1995) che tutti i problemi che hanno a che fare con la relazione tra mente e cervello possono essere affrontati a molti livelli, dalle molecole ai micro e grandi circuiti, fino ai livelli sociali e culturali, senza i quali non potremo pervenire a ragionevoli spiegazioni dei fenomeni mentali (quali la coscienza, le opinioni, la decisione, la memoria). Dal mio punto di vista, se il meccanismo specchio ha destato così tanto interesse in ogni ambito, qualcosa di unificante dovrà pure averlo! Infatti, tralasciando la poco probabile eventualità che possa trattarsi di una nuova forma di mania collettiva o di una moda passeggera, un sistema che racchiuda in sé la memoria delle nostre percezioni, azioni, cognizioni, emozioni, provocando la straordinaria varietà dei comportamenti umani e i suoi prodotti, può ben essere considerato un valido candidato per spiegare fenomeni così diversi (almeno fino ad oggi) come la performance teatrale, la categorizzazione percettiva, la comprensione emozionale, il giudizio estetico, l’apprendimento, l’economia… Inoltre, l’idea di un meccanismo unificante non dovrebbe spaventarci affatto, dati i risultati generati dalle infinite, e il più delle volte puramente speculative, separazioni e frammentazioni che le discipline hanno da sempre prodotto per sopravvivere. Non è nel marcare ossessivamente i propri confini che si acquista specificità e riconoscimento scientifico, ma nel contributo che si offre, da un particolare punto di vista, alla crescita comune della conoscenza e alla ricerca di quella “struttura che connette” i processi cognitivi e biologici (G. Bateson). È solo una moda?. Ogni volta che m’imbatto in questa affermazione provo una sorta di imbarazzo disarmante, per la banalità e superficialità a cui simili commenti possono essere assimilati, e che poco hanno a che fare con l’atteggiamento di curiosità e di indagine conoscitiva che dovrebbe essere alla base di ogni valutazione scientifica, propria e altrui. Per classificare un fenomeno come una moda non serve nessuna preparazione scientifica. Chi decide, e sulla base di quali evidenze, che cosa è moda e cosa non lo è? Diventa “moda” (parlando di costrutti teorici) quello che non ci convince o che non ci piace? Quello che non concorda con la nostra visione del mondo o la nostra architettura cognitiva? Quello che non capisco o verso cui provo un’istintiva avversione?  Insomma, quali sono i criteri in base ai quali una teoria, un approccio o un autore vengono considerati “una moda”? Potrebbero anche attenere alla facilità con cui, effettivamente e il più delle volte, ci lasciamo trascinare da “frasi ad effetto” che facciamo nostre all’istante, dalle parole-chiave più in uso che ripetiamo automaticamente, o dalle teorie o autori più citati in un determinato periodo che finiscono per essere al centro dei nostri interessi. E magari questo ha probabilmente a che a fare con quel potente meccanismo basale che chiamiamo imitazione, e che non agisce solo nell’apprendimento e nell’intersoggettività dei primi anni di vita. Inoltre, ci sono buone possibilità a mio parere, che l’uomo sia pre-disposto per vedere o “ri-trovare” negli altri quello che i nostri schemi, percettivo-motori-cognitivi, ci fanno vedere, e che questa possibilità possa essere assunta come una delle molteplici tracce attraverso cui il funzionamento mirror si manifesta a livello fenomenico. Seguendo questo ragionamento, non possiamo liberarci della nostra soggettività neanche quando formuliamo un giudizio, nel quale pertanto confluisce tutta la nostra storia. Nonostante il rispetto che nutro nei confronti della soggettività, che considero l’unica fonte di verità di cui disponiamo, penso tuttavia che dobbiamo riservarle il posto che le spetta nell’orizzonte conoscitivo, e penso che questo non possa ergersi a statuto ontologico, per quanto autorevole sia la fonte soggettiva in questione. In altre parole, dovremo sempre tener presente che non è perché definiamo “moda”, o qualcos’altro, l’interesse per i risultati delle neuroscienze, che questi lo siano o lo diventino. Vittorio Gallese (nella citata intervista a BrainFactor) interpreta così l’interesse diffuso per le neuroscienze: “Il grande pubblico, grazie anche alla divulgazione operata da mezzi di comunicazione come questa testata, si sta rendendo conto di quanto sia importante il ruolo delle neuroscienze cognitive nel farci scoprire chi siamo e come funzioniamo. Ciò detto, sicuramente i neuroni specchio attirano l’attenzione di un pubblico fatto di non specialisti anche perché dimostrano come una delle principali modalità con cui ci mettiamo in contatto con gli altri e ne comprendiamo l’agire sia quella empatica, qualcosa che sentiamo vicino e che comprendiamo più e meglio delle inferenze logiche e delle sofisticate operazioni metarappresentazionali che, secondo una lunga tradizione di pensiero in psicologia, sole spiegherebbero in cosa consista l’intersoggettività.” E ancora Gallese (ibidem): “Nel tempo presente, caratterizzato dalla veemente recrudescenza del particolarismo etnico-religioso… Stabilire che lo status universale dell’essere umano è prodotto dalla identificazione sociale e dal riconoscimento reciproco e che è fondato biologicamente, dimostra la potenziale rilevanza etica della ricerca neuro scientifica”. Allora, se è una moda, speriamo che duri. L’accusa di non tener conto della conoscenza accumulata dalle “scienze umane” Rispetto a questa critica, apro con il pensiero di Damasio al riguardo: lo scienziato è convinto che non si possa escludere dall’indagine tutta la conoscenza raccolta a diversi livelli, e che nessuno, da solo, possa investigare tutti i livelli “che insieme danno vita a quei meravigliosi fenomeni mentali di cui tutti abbiamo coscienza e che oggi, grazie alle potenzialità delle nuove tecniche, possono essere indagate”. E Marco Iacoboni (neurofisiologo dell’università della California a Los Angeles) precisa: “Chi fa neuroscienze integra sempre i dati neurali con quelli psicologici: non c’è nessuna contrapposizione”. Gallese in Il Corpo Teatrale: Mimetismo, Neuroni Specchio, Simulazione incarnata (2008), fa notare che “nonostante sia ancora lunga la strada per arrivare ad una piena spiegazione neurofisiologica dei processi alla base dell’intersoggettività, i risultati sinora raccolti sembrano indicare che è stata imboccata la strada giusta. Il dibattito tra neuroscienze cognitive e scienze umane dovrebbe procedere di pari passo, senza pretese di dominare gli uni sugli altri. È auspicabile e necessario un dialogo costante tra queste discipline per far crescere la conoscenza sul funzionamento della mente”. Il fatto stesso che il primo libro pubblicato sui neuroni specchio sia stato scritto da Giacomo Rizzolatti e da un filosofo della scienza, Corrado Sinigaglia, è un esempio della possibilità e dell’importanza di questo dialogo. Con le parole di Gallese in “Le due facce della mimesi…” (2009): “… per mezzo di un’attenta analisi empirica dei meccanismi sub-personali indagati dalle neuroscienze siamo in grado di scoprire il carattere a più livelli dell’esperienza che facciamo del mondo. Anche se questi livelli, come chiarito dalle neuroscienze, non esauriscono pienamente questa esperienza, permettono una descrizione della sua genesi e struttura. Questi dati, a loro volta, possono alimentare e promuovere una rinnovata analisi filosofica. Questo è uno dei motivi principali per cui credo che un dialogo tra neuroscienze cognitive e filosofia non sia solamente auspicabile, ma anche indispensabile”. Dello stesso autore (dall’intervista BrainFactor): “Penso che il tema dell’intersoggettività non possa essere affrontato e risolto in modo univoco né dalla sola filosofia né dalle neuroscienze o dalla psicologia, ma richieda invece un approccio multidisciplinare. Da anni mi impegno per creare tra queste discipline occasioni di dialogo, volto soprattutto a sviluppare per quanto possibile un linguaggio comune. Credo che questo dialogo non solo continuerà, ma si svilupperà ulteriormente.” Mi chiedo: se questo è ciò che pensano i neuroscienziati che hanno scoperto i mirror (e quelli che non hanno dubbi sulla loro esistenza e sul ruolo che i mirror hanno nella cognizione e nella socialità umana), perché li si accusa di non tener conto dei contributi delle altre scienze? La pretesa di spiegare tutto in termini “fisici” Vittorio Gallese (ibidem) risponde così: “Personalmente non ho mai sostenuto che i neuroni specchio spieghino tutto quello che c’è da spiegare circa la cognizione sociale. I neuroni specchio consentono, questa almeno è la mia ipotesi, di comprendere aspetti di base dell’intersoggettività, sia da un punto di vista filogenetico che ontogenetico. La comprensione di questi aspetti di base dell’intersoggettività può avere importanti ricadute anche sulla comprensione dei meccanismi alla base delle forme più sofisticate di cognizione sociale. E’ un problema empirico capire fino a che punto ci si possa spingere utilizzando il meccanismo dei neuroni specchio come chiave di lettura della cognizione sociale. Fortunatamente questo non è un argomento di fede, ma qualcosa di verificabile in modo empirico”. Edoardo Boncinelli (fisico genetista che insegna Fondamenti biologici della conoscenza all’Università Vita Salute S. Raffaele di Milano) si esprime invece così: “Il mondo umano circostante non si stampa in sostanza nel suo genoma, ma nel suo corpo e nel suo cervello… Con la specie umana l’evoluzione biologica ha superato se stessa e ha condotto a una sorta di paradosso. Nel nostro caso, infatti, il patrimonio genetico, signore quasi assoluto della vita e del comportamento degli animali inferiori, ha per così dire volontariamente abdicato, lasciando ampi spazi all’azione dell’ambiente circostante, all’apprendimento e all’educazione. Ci possiamo considerare svincolati dalla nostra biologia, ma non dobbiamo dimenticare che la libertà di cui godiamo è una conquista e un grazioso regalo dei nostri stessi geni, regalo che non è toccato, tanto per dirne una, né ai calamari, né ai ranocchi” (2001; 2005). Il futuro: condividere la conoscenza. Questa breve e sommaria panoramica aveva lo scopo di mettere in evidenza la concreta possibilità, che il significato attribuito ai risultati di qualsivoglia ricerca non appartenga ai risultati in quanto tali, né dipenda solo da chi li legge e né da chi li fornisce. La ricerca scientifica e teoretica, da più parti ormai ci insegna, che il significato di ogni “dato di realtà” appartiene all’incontro tra chi percepisce e la cosa percepita, all’intreccio dinamico che si crea tra configurazioni della mente del percipiente e le configurazioni esterne che riceve. La cosa diventa ancora più interessante se si pensa che tale costrutto, non è solo alla base dell’approccio costruttivista alla conoscenza, rinforzato recentemente dalla scoperta dei neuroni specchio, ma è altresì uno degli assunti di base della fenomenologia husserliana, secondo cui non esiste una realtà oggettiva uguale per tutti, in quanto la realtà è solo ciò che noi possiamo o vogliamo vedere in essa; la realtà è solo ciò che si dà alla coscienza e, attualmente, abbiamo più di un evidenza che ci conferma che la “nostra coscienza” è radicata nella “nostra relazione” fra il mondo e le “nostre azioni”. Ciò di cui la scienza ha più bisogno è, a parere di chi scrive, della “azione conoscitiva e congiunta” di ogni ricercatore desideroso di esplorare qualsivoglia orizzonte in grado di gettar luce sul proprio campo di studio, e non di ricercatori interessati a tracciare solchi di demarcazione e di distinzione tra i rispettivi ambiti disciplinari, convinti che questo sia l’unico modo per esistere.

21.09.2011


ippocampo1.jpg

22 Settembre 2011 IMCI-DocNeuroscienze0

È l’ippocampo a memorizzare la successione temporale degli eventi passati, mentre la corteccia peririnale si occupa di dare un’identità alle memorie. Insieme, queste due aree cerebrali ci permettono di ricordare cosa è successo e quando è successo. Uno studio su Science

Cosa ho comprato prima, la frutta o il pane? Chi è arrivato per primo, Luca o Mario? Cosa ho mangiato prima del dolce? Quando richiamiamo alla mente fatti ed episodi, non basta averne un ricordo generico. È importante ricordare cosa è successo e quando è successo. In altre parole, bisogna che il nostro cervellosegni il tempo ai ricordi, distribuendoli coerentemente nell’arco temporale. Sino a oggi, i ricercatori non avevano idea di quali fossero le aree cerebrali deputate a questa funzione. O meglio, sapevano che il cosiddetto lobo temporale mediale (MTL) si occupa di memoria declarativa, cioè la memoria di fatti, eventi o episodi. Ma ignoravano quale regioni, all’interno di questa area, coordinassero la rappresentazione del cosa e quando Yuji Naya e Wendy Suzuki del NYU Center for Neural Science, in Usa, hanno svelato il mistero conducendo un esperimento i cui risultati sono descritti in un articolo pubblicato su Science. I ricercatori hanno messo alla prova alcune scimmie con un compito di memoria in cui dovevano ricordare quale fra due oggetti, presentati in sequenza, veniva loro mostrato per primo. Mentre svolgevano il test, alle scimmie veniva monitorata l’attività dei neuroni del lobo temporale mediale.  Si è così scoperto che, all’interno del MTL, sono due le aree a dividersi i compiti: l’ ippocampo e la corteccia peririnale. L’ippocampo, già noto per il suo ruolo nei processi mnemonici, si occupa di scandire la successione temporale degli eventi, calcolando qual è l’intervallo temporale tra un episodio e l’altro e stimando quanto tempo dovrà passare prima che si manifesti il prossimo. La corteccia peririnale, invece, sembra integrare le informazioni sul cosa e quando segnalando quale episodio è accaduto prima e quale dopo. 
Il Santo Graal delle neuroscienze è capire esattamente in che modo il nostro cervello registra e memorizza eventi importanti
ha spiegato Suzuki – si tratta di ricordi ricchi di eventi temporalmente contestualizzati. Già sapevamo che il lobo temporale mediale svolgeva un ruolo di primo piano in questo tipo di elaborazione, ma ciò che abbiamo scoperto con il nostro studio sono esattamente le regioni responsabili della memoria degli eventi e del loro ordine temporale”. La scoperta, oltre a gettare nuova luce sui processi cerebrali, aiuta a conoscere meglio (e quindi a curare in modo più efficace) patologie come l’ Alzheimer, che sappiamo interferire con la funzionalità del MTL.

05.08.2011


dormire_bene.jpg

21 Settembre 2011 IMCI-DocNeuroscienze0

Riposare bene aiuta la memoria. Riposare bene aiuta a ricordare meglio. Al contrario, dormire male e con frequenti interruzioni potrebbe influire sulla capacità che ha il cervello di costruire la memoria e i ricordi. A dismostrarlo è uno studio americano dell’Università di Stanford (Usa), pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science, che potrebbe aiutare a spiegare alcuni problemi di memoria legati a condizioni patologiche come l’Alzheimer e l’apnea del sonno. Secondo lo studio non è tanto rilevante la durata del riposo quanto la qualità. La ricerca statunitense. La ricerca è stata effettuata su dei topi da laboratorio, grazie ai quali si è notato come l’interruzione del sonno può causare problemi ad alcune funzioni celebrali, come ad esempio, la capacità di riconoscere oggetti familiari. ricercatori hanno inviato direttamente nel cervello delle cavie degli impulsi luminosi nel corso del sonno, in modo tale da creare disturbo senza intaccare la quantità complessiva di ore dormite (grazie appunto a tecniche di optogenetica). In un secondo momento i roditori sono stati chiusi in una scatola contenente due oggetti, uno famigliare e uno sconosciuto. A questo punto, dalle reazioni dei roditori, gli studiosi hanno intuito che i topi non riuscivano più a riconoscere gli oggetti a loro famigliari in conseguenza di un’interruzione significativa del ciclo circadiano e non facevano alcuna distinzione tra gli oggetti conosciuti e sconosciuti, evidenziando una significativa diminuzione della loro performance mnemonica. Importante la continuità del sonno. Il cervello utilizza infatti la fase del sonno profondo proprio per passare in rassegna gli eventi del giorno e decidere cosa conservare e cosa rimuovere definitivamente dalla memoria. "La continuità del sonno è uno dei principali fattori interessati da diverse condizioni patologiche che colpiscono la memoria, tra cui l’Alzheimer e altri deficit cognitivi legati all’eta’", ha spiegato il dottor Luis de Lecea, che ha condotto lo studio. Il sonno interrotto riguarda spesso anche persone dipendenti da alcol, oltre a coloro che soffrono di apnea del sonno – una condizione in cui la gola si restringe o si chiude ripetutamente durante il sonno limitando l’ossigeno e inducendo il paziente a svegliarsi. "Indipendentemente dalla quantità totale di sonno o dall’intensità del sonno, i nostri studi portano a concludere che una unità minima di sonno ininterrotto è cruciale per il consolidamento della memoria", ha concluso de Lecea.

27.07.2011


olio_di_pesce.jpg

19 Settembre 2011 IMCI-DocNeuroscienze0

I benefici dell’olio di pesce sulla salute del cervello evidenziati da i risultati di una ricerca condotta presso il Rhode Island Hospital Centro Alzheimer Disease and Memory Disorders. I ricercatori hanno trovato un’associazione positiva tra supplementi di olio di pesce, le funzioni cognitive e le differenze nella struttura del cervello tra i soggetti che assumevano integratori a base di olio di pesce e tra quelli che invece non ne avevano fatto uso. I risultati suggeriscono l’esistenza di possibili benefici degli integratori di olio di pesce sulla salute del cervello e l’invecchiamento. I risultati sono stati riportati nella recente conferenza internazionale sulla malattia di Alzheimer, a Parigi, in Francia. Lo studio è stato condotto da Lori Daiello, PharmD, un ricercatore presso il Rhode Island Hospital di Alzheimer e Centro Disturbi della memoria. I dati per le analisi sono stati ottenuti dall’Alzheimer Neuroimaging Disease Initiative (ADNI), una grande multi-centro, che ha seguito per oltre tre anni un gruppo di adulti anziani con funzioni cognitive normali, quelli con lieve deterioramento cognitivo e altri ancora con malattia di Alzheimer conclamata, con test di memoria periodici e risonanza magnetica del cervello. Lo studio ha coinvolto 819 individui, 117 dei quali segnalati per aver fatto un uso regolare di integratori di olio di pesce prima di entrare a far parte del gruppo monitorato e anche durante il periodo di osservazione. I ricercatori hanno confrontato le funzioni cognitive e di atrofia cerebrale nei pazienti che hanno riferito che di routine facevano uso questi integratori con coloro che non usavano supplementi di olio di pesce. I risultati della ricerca mettono in evidenza, che rispetto ai non utilizzatori, l’uso di supplementi di olio di pesce è stato associato a un migliore funzionamento cognitivo durante lo studio.ia, questa associazione è risultata significativa solo in quegli individui che avevano una normale funzione cognitiva di base e nei soggetti che sono risultati negativi per un fattore di rischio genetico per la malattia di Alzheimer conosciuto come APOE4. Questo vuol dire che, sempre secondo gli autori della ricerca, per avere un cervello perfettamente in forma, è necessario nutrirlo a dovere e l’olio di pesce sembra essere una di quelle sostanza che ha una maggiore influenza positiva sulle funzionalità cerebrali, sempre a patto che il soggetto che ne fa uso non rientri tra coloro che, sfortunatamente, si ritrovano ad avere il fattore genetico di rischio di Alzheimer, l’APOE4. La scoperta importante, tuttavia, è che c’è stata una chiara associazione tra i supplementi di olio di pesce e il volume del cervello. Coerentemente con i risultati cognitivi, queste osservazioni sono state significative solo per coloro che sono risultati APOE4 negativi. Nelle analisi strumentali per l’intera popolazione in studio, è stata rilevata una significativa associazione positiva tra l’uso di integratore di olio di pesce e il volume del cervello medio in due aree critiche utilizzate nella memoria e pensiero e, praticamente, nella corteccia cerebrale e nell’ippocampo, così come è risultato essere più piccolo il cervello relativamente ai volumi ventricolari rispetto ai non-utenti in qualsiasi momento allo studio. In altre parole, l’assunzione regolare di olio di pesce sotto forma di integratore era associato a una riduzione del volume cerebrale inferiore nei pazienti che assumevano questi integratori nel corso dello studio ADNI rispetto a quelli che non avevano mai fatto uso di tali integratori, sotto nessuna forma. Dal risultato di questa ricerca si dovrebbe seriamente prendere in considerazione la possibilità di allargare ulteriormente lo studio dei possibili effetti a lungo termine per un utilizzo supplementare di integratori a base di olio di pesce sui markers importanti di declino cognitivo e la potenziale influenza della genetica su questi risultati. Un’altra sfida da affrontare e cercare di vincere sarebbe quella di riuscire, in qualche modo, ad intervenire sul fattore genetico APOE4, per poterlo manipolare in modo da annullare la predisposizione genetica.

22.08.2011


dormire_male1.jpg

3 Agosto 2011 IMCI-DocNeuroscienze0

Dormire male e con frequenti interruzioni influisce negativamente sulla capacità che ha il cervello di costruire la memoria e i ricordi e favorisce malattie legate a deficit cognitivi quali ad esempio l’Alzheimer e l’apnea del sonno. È quando rivela un recente studio condotto dai ricercatori dell’Università di Standford, in California, e pubblicato sulla rivista “Proceedings of National Academy of Sciences”. Secondo gli studiosi americani, è proprio nella fase di sonno profondo che il cervello va a rielaborare ciò che è accaduto nella giornata appena trascorsa, decidendo cosa immagazzinare e cosa no. Alcune fasi del sonno, poi, sono necessarie per la rigenerazione dei neuroni nella corteccia cerebrale mentre altre hanno la particolarità di formare nuovi ricordi e generare nuove connessioni sinaitiche. Dormire con molte interruzioni, quindi, può avere effetti dannosi sulla capacità di concentrazione, apprendimento e memorizzazione e a lungo andare può provocare diverse condizioni patologiche. «La continuità del sonno – ha spiegato Luis de Lecea, che ha condotto lo studio – è uno dei principali fattori interessati da diverse condizioni patologiche che colpiscono la memoria, tra cui l’Alzheimer e altri deficit cognitivi legati all’età. Indipendentemente dalla quantità totale di sonno o dall’intensità, i nostri studi portano a concludere che un’unità minima di sonno ininterrotto è cruciale per il consolidamento della memoria». Per arrivare a queste conclusioni gli studiosi della Stanford University hanno effettuato dei test su dei topi utilizzando la tecnica dell’optogenetica in cui alcune cellule, quelle responsabili del passaggio dal sonno alla veglia, sono state geneticamente modificate per poter essere controllate da impulsi di luce. Dopo che alcuni topi hanno subito la frammentazione del sonno, i ricercatori si sono accorti che, proponendo loro la stessa prova a cui erano stati precedentemente esposti, non hanno reagito nella stessa maniera. I topi a cui il sonno era stato disturbato infatti riconoscevano con più difficoltà o addirittura per niente oggetti che avrebbero dovuto essere loro familiari mentre quelli a cui il sonno non era stato alterato non presentavano alcun problema di memoria. Insomma dormire male non solo può farci sentire stanchi e privi di energie per affrontare al meglio la giornata, ma è dannoso anche per la memoria.

28.07.2011


dormire_male.jpg

3 Agosto 2011 IMCI-DocNeuroscienze0

Dormire male, con frequenti interruzioni, potrebbe influire sulla capacita’ che ha il cervello di costruire la memoria e i ricordi. Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science, potrebbe aiutare a spiegare alcuni problemi di memoria legati a condizioni patologiche come l’Alzheimer e l’apnea del sonno. Gli scienziati dell’Universita’ di Stanford, lavorando su alcuni topolini da laboratorio, hanno infatti scoperto che l’interruzione del sonno interferisce con alcune funzioni cerebrali, come il riconoscimento degli oggetti familiari. Il cervello utilizza infatti la fase del sonno profondo proprio per passare in rassegna gli eventi del giorno e decidere cosa conservare e cosa rimuovere definitivamente dalla memoria. "La continuita’ del sonno e’ uno dei principali fattori interessati da diverse condizioni patologiche che colpiscono la memoria, tra cui l’Alzheimer e altri deficit cognitivi legati all’eta’", ha spiegato Luis de Lecea, che ha condotto lo studio. Il sonno interrotto riguarda spesso anche persone dipendenti da alcol, oltre a coloro che soffrono di apnea del sonno – una condizione in cui la gola si restringe o si chiude ripetutamente durante il sonno limitando l’ossigeno e inducendo il paziente a svegliarsi. "Indipendentemente dalla quantita’ totale di sonno o dall’intensita’ del sonno, i nostri studi portano a concludere che una unita’ minima di sonno ininterrotto e’ cruciale per il consolidamento della memoria", ha concluso de Lecea.

03.08.2011 
 


bicchiere_di_vino.jpg

1 Luglio 2011 IMCI-DocNeuroscienze0

Un bicchiere di buon vino rosso al giorno fa bene alla salute, ma come attingere alle proprietà benefiche di questa bevanda senza dover necessariamente consumare alcolici? Finora i tentativi di riprodurre sinteticamente il resveratrolo, una molecola dalle proprietà antiossidanti contenuta nella buccia degli acini d’uva, non erano andati a buon fine a causa dell’instabilità di questa sostanza.

Ma gli scienziati della Columbia University di New York sono riusciti a sintetizzare polifenoli da una molecola molto simile al resveratrolo e più facile da isolare. I polifenoli sono sostanze naturali prodotte dalle piante per la difesa contro funghi e parassiti. Sono noti per le loro proprietà anticancerogene e per i benefici sul sistema cardiovascolare.

23.06.2011


mirtillo1.jpg

29 Aprile 2011 IMCI-DocNeuroscienze0

Tuttavia, date le modalità di raccolta, la loro reperibilità è bassa

Tutte le varietà di mirtilli contengono antiossidanti. Ma gli effetti non sono uniformi: quelli maggiori si trovano in quelli che crescono in Sud America allo stato selvatico, mentre quelli coltivati ne offrono molto meno. A descrivere il tutto una ricerca del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, diretta dalla dottoressa Pedraza-Penalosa e pubblicata sul "Journal of Food Chemistry". Gli scienziati governativi hanno analizzato 40 alimenti, tutti scelti tra frutta e verdura. Alla fine, la medaglia per gli effetti salutistici è andata proprio ai mirtilli selvatici delle zone tropicali. A convincere gli esperti, l’abbondanza di antocianine, gli antiossidanti responsabili del colore viola del frutto. Tali nutrienti portano numerosi vantaggi, dalla prevenzione delle malattie (metaboliche, degenerative e cardiovascolari) alla difesa contro l’invecchiamento, alla protezione contro il cancro. Inoltre, rispetto a quelli coltivati (soprattutto in serra) i mirtilli selvatici sudamericani offrono un potere antiossidante 11 volte superiore. Unico difetto dei mirtilli in questione, la scarsa reperibilità sul mercato, dovuta alla limitata raccolta. Gli scienziati auspicano così un cambiamento, in modo da permettere a più persone di sfruttare i vantaggi di tali frutti di bosco.

29.04.2011


 


piccoli_errori.jpg

29 Aprile 2011 IMCI-DocNeuroscienze0

Se si dorme poco alcune parti del cervello posoono "entrare in sciopero" durante il giorno

Se si buttano nella spazzatura le chiavi e, riordinando, si mettono per errore i cereali in frigo e il latte nella dispensa, la colpa potrebbe essere di una regione del cervello, che si è “scollegata” per fare un rapido pisolino. I ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison, diretti dall’italiano Giulio Tononi, hanno trovato una spiegazione per l’origine di questo fenomeno: anche da svegli, quando si è stanchi, alcune cellule nervose del cervello possono andare “off line” per pochi istanti. Uno stato di smil-sonno parziale difficile da rilevare, visto che il resto del cervello appare sveglio, ma che apre la strada a piccoli errori e dimenticanze. «Anche prima di sentirsi stanchi, ci sono segnali nel cervello del fatto che si dovrebbero interrompere alcune attività che possono richiedere attenzione – spiega Chiara Cirelli, psichiatra della Facoltà di Medicina dell’ateneo Usa, che ha condotto la ricerca insieme a Tononi, con cui da anni studia il legame tra sonno e mente – Gruppi specifici di neuroni possono infatti addormentarsi, con conseguenze negative sulle prestazioni». Finora gli scienziati pensavano che la mancanza di sonno generalmente influenzasse l’intero cervello. «Sappiamo che quando siamo assonnati tendiamo a fare degli errori: la nostra attenzione “vaga” e la vigilanza cala – dice Cirelli – Ebbene, noi abbiamo visto attraverso l’elettroencefalogramma che anche quando siamo svegli possiamo sperimentare brevi periodi di “micro-sonno”». Proprio questi micro-sonni sono stati accusati di causare molti incidenti stradali, ricorda Cirelli. Ma la nuova ricerca ha rilevato che anche prima di questa fase, piccole parti del cervello sono già preda di un’attività simile al sonno, che ne ostacola il buon funzionamento. In particolare, in uno studio sui ratti i ricercatori hanno inserito delle sonde in gruppi specifici di neuroni nel cervello degli animali, liberi di fare quello che volevano. Dopodiché i topi sono stati tenuti svegli per lunghi periodi, e le sonde hanno mostrato chiaramente aree di “sonno locale”» nella mente di animali all’apparenza svegli e attivi. «Anche quando alcuni neuroni sono andati off line, l’elettrocardiogramma del cervello dei ratti indicava uno stato di veglia» assicura la Cirelli. Proprio come accade negli esseri umani, ci sono state delle conseguenze nel comportamento degli animali alle prese con i micro-sonni parziali. «Quando abbiamo prolungato il periodo di veglia, abbiamo visto che i ratti iniziano a commettere errori», dice la ricercatrice. Quando gli animali hanno dovuto eseguire un compito difficile, come raggiungere con una zampa una prelibata pallina di zucchero, si è visto che facevano diversi sbagli: prova del fatto che alcuni neuroni, per la stanchezza, sono andati off line. Il monitoraggio cerebrale conferma la scoperta e mostra che il problema riguarda piccole aree. O, meglio, «poche cellule – aggiunge Cirelli – Per esempio, su 20 neuroni monitorati in un esperimento, 18 sono rimasti svegli. Dagli altri due ci sono arrivati segni di brevi periodi di sonno». Inoltre a essere vittima dei mini-spegnimenti sono stati i neuroni localizzati nella corteccia motoria. Ecco dunque l’origine di azioni inconsulte o senza motivo, come quando finiamo per mettere il latte fresco nella dispensa e i cereali in frigo.

28.04.2011


Istituto Medico Chirurgico - Termoli aut. san. reg. n.138 del 31.08.2011