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5 settembre 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Attraverso scansioni del cervello dei malati di Alzheimer, i ricercatori hanno scoperto che l’accumulo di ferro nel cervello è legato al danno tissutale in coloro che soffrono di questa malattia. Anche se questo non dimostra che il morbo di Alzheimer è causato solo dagli alti livelli di ferro nel cervello, la ricerca suggerisce certamente che questi ultimi “possono effettivamente contribuire alla causa“.  E quali fattori contribuiscono all’accumulo di ferro nel cervello? I ricercatori dicono che i principali colpevoli sono le carni rosse e gli integratori alimentari di ferro. Sebbene una piccola quantità di ferro sia necessaria al corpo per garantire la corretta funzionalità delle cellule, molti ricercatori ritengono che in quantità elevate esso possa essere pericoloso.  Secondo Marie Janson, dell’Alzheimer’s Research UK, queste nuove informazioni possano essere utilizzate per educare e proteggere molte persone dalle cause della malattia attraverso un cambiamento di stile di vita. L’accumulo di ferro nel cervello può essere influenzato da fattori ambientali che lo modificano, come la quantità di carne rossa e gli integratori alimentari di ferro, o, nelle donne, isterectomie prima della menopausa“, conclude il dott. Bartzokis.

31.08.2013

 

 

 

 

 


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5 settembre 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Secondo una recente ricerca pubblicata sul Journal of Alzheimer, due composti trovati nella cannella possono avere un ruolo importante nel ritardare l’insorgenza del morbo di Alzheimer, e possono anche prevenire le malattie neurodegenerative.  I ricercatori, Roshni Giorgio e Donald Graves della University of California, spiegano che la cinnamaldehyde e la epicatechina, composti contenuti nella cannella fungono da ottimi protettori contro la comparsa del morbo di Alzheimer, la forma più comune di demenza.  Si dice anche che queste sostanze hanno dimostrato prevenire la formazione di quelle sostanze che si trovano nel cervello e che caratterizzano il morbo di Alzheimer tra cui la proteina tau.   Secondo i ricercatori, come riportato da RedOrbit, una proteina nota con il nome di tau è responsabile per l’assemblaggio dei microtubuli nelle cellule, e svolge un ruolo importante nella struttura e funzione dei neuroni.  Sebbene la proteina tau venga prodotta da cellule nervose normali e sane, nella malattia di Alzheimer viene prodotta una variante abnorme che non funziona correttamente. Tale variante, nota come p-tau, causa la formazione di grovigli all’interno delle cellule strangolando di fatto i neuroni (cellule nervose), che quindi muoiono.  In uno studio è stato dimostrato che il declino della memoria misurato nelle persone affette da declino cognitivo lieve era correlato ai gomitoli di proteina tau che si presentavano circa 12 anni prima della definizione clinica della malattia di Alzheimer.

10.08.2013


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5 settembre 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Applicata alla demenza, l’Arteterapia e’ un sorta di efficacissima sindrome di Stendhal al contrario: l’overdose di bellezza che puo’ stordire una persona particolarmente sensibile, puo’ infatti avere anche straordinari effetti benefici su una mente compromessa, provocando emozioni capaci di rallentare la malattia, in certi casi ne’ piu’ ne’ meno di alcuni farmaci. Lo confermano le sorprendenti, inedite iniziative sperimentali annunciate oggi da Giulio Masotti, presidente onorario della Societa’ Italiana di Geriatria, alla vigilia del 4* Convegno nazionale sui Centri Diurni Alzheimer in programma a Pistoia dal 31 maggio al 1* giugno, promosso dalla locale Fondazione Cassa di Risparmio. Esperienze che lasciano tra l’altro immaginare funzioni fin qui imprevedibili per gli sterminati giacimenti culturali del paese. I dettagli nella relazione intitolata ”La memoria del bello” della geriatra Luisa Bartorelli, direttrice del Centro Alzheimer della Fondazione Roma, e in quella (Strategie a mediazione artistica nei Centri Diurni) della collega Silvia Ragni, psicologa e musicoterapeuta. Spiegano entrambe come e con quali felici risultati abbiano condotto decine di pazienti a visitare i musei della capitale coinvolgendoli in attivita’ artistiche, pittura, musica, danza. ”I benefici sono generali ed evidenti”, dice Ragni, ”i pazienti sono piu’ motivati a partecipare, percepiscono maggior benessere, dunque si riducono i tipici sintomi negativi del comportamento, cresce l’autostima, migliorano la qualita’ della vita, il tono dell’umore e, di conseguenza, le stesse relazioni con operatori e familiari. I quali vedono con soddisfazione i loro cari coinvolti in attivita’ gratificanti. Si apre cosi’ la strada a nuove sperimentazioni”. La piu’ innovativa, mutuata dal MoMa di New York, e’ appunto ‘La memoria del bello’, il progetto che in questi mesi ha mobilitato alcuni Centri Alzheimer romani. Spiega Bartorelli: ”Abbiamo condotto un gruppo di 12 pazienti in fase lieve-moderata alla Galleria d’Arte Moderna, accolti dalla direttrice Martina Di Luca. E una settimana dopo, al Centro, abbiamo proiettato per loro il filmato della visita. Trascorso un mese, ne abbiamo messo alla prova la memoria. Infine abbiamo chiesto ai familiari se e che cosa fosse cambiato”. Tutto cio’ ha consentito di registrare per ciascun paziente una precisa griglia di reazioni cognitive, affettive e comportamentali, con note sulle loro manifestazioni verbali, ovvero sui commenti o racconti fatti durante ogni incontro. Dalle risposte dei familiari emerge che 11 dei 12 pazienti hanno riferito con entusiasmo l’esperienza, per molti nuova, descrivendo i dipinti, ricordando le impressioni ricevute, mostrando con orgoglio e custodendo con cura la cartellina con le opere viste ricevuta a fine visita. ”Anche se affette da patologia cognitiva”, insiste Bartorelli, ”queste persone sono in grado di valutare l’esperienza estetica col risultato che, in non pochi casi, si sono riattivate memorie lontane e una vitalita’ apparentemente esaurita”. A scanso di illusioni, va ricordato che la malattia e’ tutt’oggi inguaribile e che comunque progredisce. ”Ma alla luce dei fatti” sostengono le due esperte, ”l’emozione estetica sembra capace di migliorare lo stato funzionale o comunque di minimizzare il peso esistenziale”.

27.05.2013


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5 settembre 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Buone notizie sul fronte Alzheimer. La prossima generazione di farmaci per combattere la malattia che colpisce la terza età appare molto promettente, secondo i risultati di una ricerca svizzera del Politecnico federale di Losanna (Epfl). I ricercatori – spiega un comunicato dell’Epfl – sono riusciti a decifrare il funzionamento di due classi di molecole attualmente testate in ricerca clinica: invece di inibire uno speciale enzima per prevenire la formazione delle placche amiloidi che distruggono i neuroni, esse modulano tale enzima e provocano quindi pochi effetti secondari.Le due classi di composti di prossima generazione, attualmente testati in ricerca clinica, si concentrano sull’attivita’ dell’enzima ”gamma-secretasi” che ”taglia” la proteina App, producendo tra l’altro i peptidi amiloidi piu’ o meno lunghi. Solo le forme lunghe di peptidi amiloidi 42, chiamato cosi’ perche’ conta 42 acidi aminati, hanno la facolta’ di aggregarsi in placche ed i malati di Alzheimer ne producono quantita’ anormalemente elevate.La molecola terapeutica ha il compito di spostareil sito del taglio operato dell’enzima gamma-secretasi, che quindi produce solo peptidi amiloidi 38, piu’ corti e incapaci di aggregarsi in placche neurotossiche. Per Patrick Fraering, autore principale della ricerca: ”il nostro lavoro suggerisce che le molecole della prossima generazione, modulando piuttosto che inibendo l’enzima, possono avere effetti collaterali minori o inesistenti. E’ molto incoraggiante”,si legge nel commanto citato nella nota.I ricercatori hanno anche individuato le potenziali cause di forme ereditarie della malattia. Esperimenti in vitro, cosi’ come simulazioni numeriche – afferma il comunicato – mostrano che presso questi pazienti mutazioni nella proteina App influenzano il modo in cui viene tagliata a pezzi dall’enzima gamma-secretasi. Ne consegue, una forte produzione di peptidi amiloidi 42, che si aggregheranno in placche.

05.08.2013


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5 settembre 2013 IMCI-DocAlzheimer0

L’esercizio fisico riesce a migliorare le prestazioni cognitive legate alla memoria dei pazienti con Alzheimer. Lo ha dimostrato uno studio della University of Maryland School of Public Health pubblicato dal Journal of Alzheimer’s Disease. La ricerca ha coinvolto due gruppi di persone di età compresa fra 60 e 88 anni, uno con problemi cognitivi leggeri, che possono preludere all’Alzheimer, e l’altro no. I gruppi sono stati sottoposti a un allenamento di 12 settimane comprendente un regolare uso del tapis roulant con l’aiuto di un personal trainer. Dopo il ciclo di allenamenti in entrambi i gruppi la salute cardiovascolare era aumentata del 10%, e anche le performance della memoria sono risultate migliori in tutti e due i gruppi. "Quello che succede è che il cervello ha bisogno di meno risorse neuronali per fare le stesse cose – spiegano gli autori – una cosa che nessun farmaco finora si è dimostrato in grado di fare".

31.07.2013


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5 settembre 2013 IMCI-DocAlzheimer0

New York, 15 lug. – La multinazionale farmaceutica Eli Lilly procedera’ con un nuovo test clinico del proprio farmaco contro l’Alzheimer, solanezumab. Lo ha annunciato la stessa azienda precisando che oggetto del test saranno le persone con una forma ancora lieve della malattia, su cui la molecola sembra funzionare. Il nuovo trial di fase 3 arruolera’ 2.100 persone, molte di piu’ delle circa 1.300 che facevano parte di quello precedente. "Poiche’ Lilly ha visto un segnale di beneficio nei pazienti con la forma leggera – spiega il comunicato – ha senso semplicemente focalizzarsi su questo gruppo". L’arruolamento iniziera’ a fine settembre e il trattamento, fatto per infusione, durera’ diciotto mesi.

13.07.2013


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30 luglio 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Secondo un nuovo studio, l’intolleranza al glucosio (pre-diabete) e il diabete possono aumentare il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. L’importanza di tenere sotto controllo la glicemia, e quindi i livelli di zuccheri nel sangue

Scienziati della Georgetown University di Washington DC (Usa) hanno scoperto che c’è un legame tra il pre-diabete (o intolleranza al glucosio), il diabete e la malattia di Alzheimer – la devastante patologia che intacca il cervello e le capacità cognitive. Secondo il nuovo studio condotto dal neurologo R. Scott Turner e colleghi, si è infatti scoperto che molte delle persone affette dall’Alzheimer presentavano anche pre-diabete e diabete. A motivo di ciò, il prof. Turner ha voluto esaminare il ruolo di un antiossidante come il resveratrolo (il composto presente nell’uva rossa) al fine di regolare i livelli di glucosio nel sangue nei pazienti con lieve e moderata presenza della malattia di Alzheimer. L’osservazione degli effetti del resveratrolo ha permesso agli scienziati di scoprire che questa sostanza agisce sulle proteine nel cervello allo stesso modo di una dieta a basso contenuto calorico e zuccheri. Come già suggerito da precedenti studi del dottor Turner – che è anche Direttore del Memory Disorders Program del Georgetown University Medical Center – la restrizione calorica nella dieta è in grado di prevenire le malattie dell’invecchiamento tra cui diabete e Alzheimer. Ora, proprio il diabete è uno dei principali sospettati per l’aumento di rischio nello sviluppo dell’Alzheimer, per cui migliorare la tolleranza al glucosio potrebbe essere una strategia preventiva della demenza. Per dunque osservare gli effetti del resveratrolo sul controllo della glicemia, Turner e colleghi hanno reclutato 128 pazienti cui è stato eseguito un test di tolleranza al glucosio a digiuno, al fine di ottenere un livello di base. Dopo di che sono stati di nuovo sottoposti al test due ore dopo aver mangiato. Come si sa, i livelli di glucosio (o zuccheri) nel sangue cambiano durante la digestione. Difatti durante questo processo naturale il livello di zucchero nel sangue aumenta, ma il pancreas produce insulina per abbassarlo. Se dopo due ore questo livello di zucchero resta elevato si deve sospettare un’intolleranza al glucosio (o pre-diabete), o anche diabete vero e proprio se il livello è molto alto. I risultati dei test hanno rivelato una situazione inaspettata: erano infatti molti i soggetti con un’intolleranza al glucosio che non sospettavano, per cui non sapevano di essere in una condizione pre-diabetica. Questo, secondo i ricercatori, potrebbe suggerire che in giro vi sono molte persone che non sanno di essere in questa situazione – per cui ci sono molti candidati al diabete e, come suggerito dallo studio, all’Alzheimer. Nello specifico, i dati raccolti mostravano che cinque dei 128 partecipanti (il 4%) avevano la glicemia a digiuno alterata, mentre altri tre partecipanti (il 2%) mostravano risultati coerenti con la presenza di diabete mellito di tipo 2. Dei 125 soggetti in totale che hanno completato il test delle due ore, trentotto (il 30%) hanno dimostrato un’intolleranza al glucosio; sedici soggetti (il 13%) sono invece risultati coerenti con la presenza di diabete. Il risultato finale mostra che la prevalenza di un’alterata tolleranza al glucosio o diabete era di ben il 43%, ossia quasi la metà dei partecipanti allo studio, suggerendo pertanto che sono molte le persone a essere a rischio pre-diabete e diabete e, di conseguenza, a potenziale rischio di malattia di Alzheimer.

16.07.2013


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30 luglio 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Il ruolo della proteina Arc nell’acquisizione delle conoscenze e nella loro trasformazione in ricordi a lungo termine

Uno studio americano, pubblicato su Nature Neuroscenze , svela l’importanza nell’apprendimento di una proteina prodotta dalle cellule cerebrali (denominata Arc, activity-regulated cytoskeletal), la cui carenza è stata rilevata già in passato in alcune malattie neurologiche, in primis nel morbo di Alzheimer Inoltre, secondo i dati raccolti dai ricercatori californiani, la disfunzione di produzione e di trasporto della stessa proteina potrebbe svolgere un ruolo chiave nell’insorgere dell’autismo.

APPRENDIMENTO A LUNGO TERMINE – La ricerca statunitense sostiene che nel corso dei processi di formazione della memoria alcuni geni vengono attivati, o disattivati, in precisi momenti per stimolare la produzione di proteine che consentano ai neuroni di impostare la memorizzazione. A gestire l’intero processo è proprio la proteina Arc, direttamente dal nucleo dei neuroni. Precedenti esperimenti condotti su topi da laboratorio mutati geneticamente in modo da avere una ipo-produzione di Arc, hanno dimostrato che le bestiole erano in grado di apprendere un comportamento soltanto nella continuità del presente, dimenticandolo il giorno successivo.

ALZHEIMER E AUTISMO – Steve Finnebaker, professore di neurologia e fisiologia della University of California e a capo della ricerca, sottolinea che altre ricerche hanno evidenziato una carenza della proteina Arc nell’ippocampo (la porzione cerebrale che svolge un ruolo fondamentale nella memoria a lungo termine e spaziale) nei pazienti affetti da Alzheimer: «È possibile che il cattivo funzionamento del processo omeostatico (il processo che designa la stabilità delle funzioni) possa contribuire a instaurare il deficit di memoria e di apprendimento, tipico del morbo di Alzheimer». In relazione all’autismo, invece, viene evidenziata una sindrome genetica, la sindrome dell’X fragile o di Martin-Bell, indicata come causa frequente di disabilità mentale o di autismo, che va a influire direttamente sulla produzione della proteina Arc.

11.06.2013


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30 luglio 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Lo sviluppo di nuove terapie contro l’Alzheimer e il Parkinson è ora più vicino di un passo grazie a una recente ricerca che rivela come le cellule staminali migrano e formano i circuiti del cervello. Sai che puoi conservare le cellule staminali del cordone ombelicale per il tuo bambino, al momento della nascita?

Lo studio, condotto da un team di ricercatori della University of Auckland’s Centre for Brain Research, ha cercato di spiegare perché il cervello dei pazienti colpiti da Parkison e Alzheimer è meno elastico e quali sono i collegamenti con la resistenza all’insulina e con il diabete. La ricerca si è quindi occupata di capire come le cellule staminali iniziano e smettono di migrare nel cervello, durante lo sviluppo e in età adulta ed ha fornito nuove informazioni su come la connessione tra le cellule del cervello possa migliorare o peggiorare. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica The Journal of Neurochemistry.

18.07.2013

 

 


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29 luglio 2013 IMCI-DocAlzheimer0

I problemi vascolari del cervello, come l’indurimento delle pareti dei vasi, sono legati alle malattie neurodegenerative, specialmente all’Alzheimer. Lo ha scoperto uno studio dell’universita’ della Pennsylvania pubblicato dalla rivista Brain, secondo cui e’ possibile che curando i vasi si possano almeno alleviare i problemi neurologici. Lo studio ha analizzato 5.715 casi di malattie neurodegenerative di pazienti in cura presso 35 centri a partire dal 1999. Quasi l’80% dei 4.600 soggetti con Alzheimer aveva allo stesso tempo patologie vascolari al cervello, dall’ispessimento dei vasi sanguigni alle emorragie cerebrali, mentre nelle persone sane o in quelle con Parkinson la percentuale era intorno al 67%. "In attesa di terapie per le malattie neurodegenerative – scrivono gli autori – speriamo che almeno intervenendo su quelle vascolari si possano limitare i sintomi".

12.07.2013

 

 


Istituto Medico Chirurgico - Termoli aut. san. reg. n.138 del 31.08.2011