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30 Luglio 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Secondo un nuovo studio, l’intolleranza al glucosio (pre-diabete) e il diabete possono aumentare il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. L’importanza di tenere sotto controllo la glicemia, e quindi i livelli di zuccheri nel sangue

Scienziati della Georgetown University di Washington DC (Usa) hanno scoperto che c’è un legame tra il pre-diabete (o intolleranza al glucosio), il diabete e la malattia di Alzheimer – la devastante patologia che intacca il cervello e le capacità cognitive. Secondo il nuovo studio condotto dal neurologo R. Scott Turner e colleghi, si è infatti scoperto che molte delle persone affette dall’Alzheimer presentavano anche pre-diabete e diabete. A motivo di ciò, il prof. Turner ha voluto esaminare il ruolo di un antiossidante come il resveratrolo (il composto presente nell’uva rossa) al fine di regolare i livelli di glucosio nel sangue nei pazienti con lieve e moderata presenza della malattia di Alzheimer. L’osservazione degli effetti del resveratrolo ha permesso agli scienziati di scoprire che questa sostanza agisce sulle proteine nel cervello allo stesso modo di una dieta a basso contenuto calorico e zuccheri. Come già suggerito da precedenti studi del dottor Turner – che è anche Direttore del Memory Disorders Program del Georgetown University Medical Center – la restrizione calorica nella dieta è in grado di prevenire le malattie dell’invecchiamento tra cui diabete e Alzheimer. Ora, proprio il diabete è uno dei principali sospettati per l’aumento di rischio nello sviluppo dell’Alzheimer, per cui migliorare la tolleranza al glucosio potrebbe essere una strategia preventiva della demenza. Per dunque osservare gli effetti del resveratrolo sul controllo della glicemia, Turner e colleghi hanno reclutato 128 pazienti cui è stato eseguito un test di tolleranza al glucosio a digiuno, al fine di ottenere un livello di base. Dopo di che sono stati di nuovo sottoposti al test due ore dopo aver mangiato. Come si sa, i livelli di glucosio (o zuccheri) nel sangue cambiano durante la digestione. Difatti durante questo processo naturale il livello di zucchero nel sangue aumenta, ma il pancreas produce insulina per abbassarlo. Se dopo due ore questo livello di zucchero resta elevato si deve sospettare un’intolleranza al glucosio (o pre-diabete), o anche diabete vero e proprio se il livello è molto alto. I risultati dei test hanno rivelato una situazione inaspettata: erano infatti molti i soggetti con un’intolleranza al glucosio che non sospettavano, per cui non sapevano di essere in una condizione pre-diabetica. Questo, secondo i ricercatori, potrebbe suggerire che in giro vi sono molte persone che non sanno di essere in questa situazione – per cui ci sono molti candidati al diabete e, come suggerito dallo studio, all’Alzheimer. Nello specifico, i dati raccolti mostravano che cinque dei 128 partecipanti (il 4%) avevano la glicemia a digiuno alterata, mentre altri tre partecipanti (il 2%) mostravano risultati coerenti con la presenza di diabete mellito di tipo 2. Dei 125 soggetti in totale che hanno completato il test delle due ore, trentotto (il 30%) hanno dimostrato un’intolleranza al glucosio; sedici soggetti (il 13%) sono invece risultati coerenti con la presenza di diabete. Il risultato finale mostra che la prevalenza di un’alterata tolleranza al glucosio o diabete era di ben il 43%, ossia quasi la metà dei partecipanti allo studio, suggerendo pertanto che sono molte le persone a essere a rischio pre-diabete e diabete e, di conseguenza, a potenziale rischio di malattia di Alzheimer.

16.07.2013


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30 Luglio 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Il ruolo della proteina Arc nell’acquisizione delle conoscenze e nella loro trasformazione in ricordi a lungo termine

Uno studio americano, pubblicato su Nature Neuroscenze , svela l’importanza nell’apprendimento di una proteina prodotta dalle cellule cerebrali (denominata Arc, activity-regulated cytoskeletal), la cui carenza è stata rilevata già in passato in alcune malattie neurologiche, in primis nel morbo di Alzheimer Inoltre, secondo i dati raccolti dai ricercatori californiani, la disfunzione di produzione e di trasporto della stessa proteina potrebbe svolgere un ruolo chiave nell’insorgere dell’autismo.

APPRENDIMENTO A LUNGO TERMINE – La ricerca statunitense sostiene che nel corso dei processi di formazione della memoria alcuni geni vengono attivati, o disattivati, in precisi momenti per stimolare la produzione di proteine che consentano ai neuroni di impostare la memorizzazione. A gestire l’intero processo è proprio la proteina Arc, direttamente dal nucleo dei neuroni. Precedenti esperimenti condotti su topi da laboratorio mutati geneticamente in modo da avere una ipo-produzione di Arc, hanno dimostrato che le bestiole erano in grado di apprendere un comportamento soltanto nella continuità del presente, dimenticandolo il giorno successivo.

ALZHEIMER E AUTISMO – Steve Finnebaker, professore di neurologia e fisiologia della University of California e a capo della ricerca, sottolinea che altre ricerche hanno evidenziato una carenza della proteina Arc nell’ippocampo (la porzione cerebrale che svolge un ruolo fondamentale nella memoria a lungo termine e spaziale) nei pazienti affetti da Alzheimer: «È possibile che il cattivo funzionamento del processo omeostatico (il processo che designa la stabilità delle funzioni) possa contribuire a instaurare il deficit di memoria e di apprendimento, tipico del morbo di Alzheimer». In relazione all’autismo, invece, viene evidenziata una sindrome genetica, la sindrome dell’X fragile o di Martin-Bell, indicata come causa frequente di disabilità mentale o di autismo, che va a influire direttamente sulla produzione della proteina Arc.

11.06.2013


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30 Luglio 2013 IMCI-DocNEWS0

Una dieta buona, sana e sostenibile, come quella mediterranea, fa bene alla "fertilità maschile, alle dimensioni dei genitali dell’uomo e riduce l’insorgere di tumori". A riferire le ultime scoperte nel campo dell’alimentazione legata alla salute è Laura Di Renzo, nutrizionista e professoressa della sezione nutrizione clinica e nutrigenomica dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata, intervenuta alla rassegna ‘Incontri Mediterranei’ dal titolo ‘Dieta Mediterranea: una piramide di passioni – realtà e prospettiva’ organizzata e ideata da Palazzo 22, società fondata da giornalisti, registi e autori televisivi. L’allarme della fertilità ‘al maschile’ ”non è solo nazionale ma anche internazionale e arriva dalla comunità scientifca e dalle associazioni medici ed urologici che denunciano una riduzione della capacità di avere figli dovuta all’ambiente e che ricade sull’alimentazione”. Il crollo della fertilità, spiega la nutrizionista, ”è legato alla catena alimentare che ci porta, dato un contesto ambientale contaminato, ad assumere quotidianamente interferenti endocrini, fertilizzanti, così detti xenobiotici antropici che noi utilizziamo per le modalità di produzione”. La risposta al problema, che ”evita il suicidio collettivo dei maschi mondiali”, secondo Di Renzo ”è da cercare nelle produzioni di qualità che compongono il paniere salutare della dieta mediterranea”. Si tratta di quei prodotti che ”vengono tracciati in termini di assenza di pesticidi, di interferenti endocrini e di presenza di nutrienti quali per esempio gli antiossidanti”. La soluzione, dunque, continua la nutrizionista, ”è un prodotto ricco di antiossidanti e povero di pesticidi e xenobiotici” e la ricetta mediterranea consigliata è: ”un’insalatina di ravanelli e rape rosse, condita con olio extra vergine d’oliva accompagnata da un buon bicchiere di vino rosso”. A fine pasto ”un frutto rosso per poi chiudere con un dolce: cioccolato fondente superiore al 70%”. Questo tipo di alimentazione ”darebbe l’opportunità al nostro organismo di aumentare la produzione di ossido nitrico e migliorare l’attivazione del circolo cardiovascolare, dando così una risposta alla potenza maschile”. In conclusione l’esperto consiglia: ”Sostituiamo alla pillola blu un piatto rosso”.

29.07.2013


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30 Luglio 2013 IMCI-DocDepressione0

Rischio di suicidio in calo per chi beve due caffè al giorno 

Due caffè al giorno riducono il rischio di depressione e soprattutto quello di suicidio. A renderlo noto è stato uno studio della "Harvard School of Public Health", condotto dal dottor Michel Lucas e pubblicato sulle pagine del "The Journal World of Biological Psychiatry". Che il caffè tenesse facesse bene alla salute e tenesse alla larga il rischio di depressione, naturalmente solo se assunto in quantità moderate, era già un fatto noto, ma questa volta i ricercatori hanno voluto fare un passo in avanti, e scoprire se alla base di questo potere vi fosse proprio la caffeina contenuta nella famosissima bevanda.  Durante la loro ricerca, che ha coinvolto un vastissimo campione di più di duecento mila volontari, è stata presa in considerazione l’assunzione di caffeina derivante non solo dal caffè, ma anche dal cioccolato, dal tè e dai dolci. I ricercatori hanno quindi analizzato alimentazione, stile di vita e condizioni psicofisiche dei volontari, esaminando in particolar modo il legame che intercorre fra la caffeina e il suicidio. I casi di suicidio sono stati 277 durante il periodo di follow up, ma sarebbe emerso che il rischio, per chi consumava buone o moderate quantità di caffè (ovvero circa 2 o 4 tazze al giorno), fosse addirittura dimezzato.  Il legame fra caffeina e riduzione del rischio di suicidio potrebbe essere dovuto in primis al fatto che essa agisce nella stimolazione del sistema nervoso, ma grande importanza riveste senza dubbio la produzione degli ormoni dopamina, noradrenalina e serotonina, i quali – come molti di voi sapranno – sono collegati a una maggiore sensazione di benessere psico-fisico.

27.07.2013


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30 Luglio 2013 IMCI-DocAlzheimer0

Lo sviluppo di nuove terapie contro l’Alzheimer e il Parkinson è ora più vicino di un passo grazie a una recente ricerca che rivela come le cellule staminali migrano e formano i circuiti del cervello. Sai che puoi conservare le cellule staminali del cordone ombelicale per il tuo bambino, al momento della nascita?

Lo studio, condotto da un team di ricercatori della University of Auckland’s Centre for Brain Research, ha cercato di spiegare perché il cervello dei pazienti colpiti da Parkison e Alzheimer è meno elastico e quali sono i collegamenti con la resistenza all’insulina e con il diabete. La ricerca si è quindi occupata di capire come le cellule staminali iniziano e smettono di migrare nel cervello, durante lo sviluppo e in età adulta ed ha fornito nuove informazioni su come la connessione tra le cellule del cervello possa migliorare o peggiorare. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica The Journal of Neurochemistry.

18.07.2013

 

 


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29 Luglio 2013 IMCI-DocAlzheimer0

I problemi vascolari del cervello, come l’indurimento delle pareti dei vasi, sono legati alle malattie neurodegenerative, specialmente all’Alzheimer. Lo ha scoperto uno studio dell’universita’ della Pennsylvania pubblicato dalla rivista Brain, secondo cui e’ possibile che curando i vasi si possano almeno alleviare i problemi neurologici. Lo studio ha analizzato 5.715 casi di malattie neurodegenerative di pazienti in cura presso 35 centri a partire dal 1999. Quasi l’80% dei 4.600 soggetti con Alzheimer aveva allo stesso tempo patologie vascolari al cervello, dall’ispessimento dei vasi sanguigni alle emorragie cerebrali, mentre nelle persone sane o in quelle con Parkinson la percentuale era intorno al 67%. "In attesa di terapie per le malattie neurodegenerative – scrivono gli autori – speriamo che almeno intervenendo su quelle vascolari si possano limitare i sintomi".

12.07.2013

 

 


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26 Luglio 2013 IMCI-DocNEUROLOGIA0

Le giovani donne che sono insoddisfatte del proprio corpo, e che soffrono di ansia e depressione, sono più soggette ai disturbi del comportamento alimentare come il mangiare compulsivo. Questo comportamento le spinge all’introversione dei sentimenti che spesso poi sfocia in tentativi di suicidio.

Chi è soggetto ai disturbi del comportamento alimentare come il mangiare compulsivo pare sia anche più soggetto a commettere atti di suicidio, secondo uno studio americano condotto da un team di ricercatori della Bloomberg School of Public Health, Johns Hopkins University. La dottoressa Rashelle Musci e colleghi hanno studiato i comportamenti alimentari di un campione di giovani donne, scoprendo che quelle che soffrono di ansia e depressione spesso sono insoddisfatte dei propri corpi e hanno maggiori probabilità di mostrare disturbi alimentari come il mangiare compulsivo. Secondo i ricercatori, questo tipo di comportamento porta le persone a interiorizzare le proprie emozioni che poi possono trovare sfogo in azioni drammatiche come il suicidio. La spinta al mangiare compulsivo – dove la persona sente un impulso irrefrenabile a mangiare velocemente grandi quantità di cibo, tutte in una volta – dona alla persona una immediata sensazione di controllo, che tuttavia è poi seguita da una fase in cui la persona prova vergogna, imbarazzo e disagio. In questa ultima fase vi è poi un tentativo di nascondere il comportamento stesso. Lo studio in questione è stato pubblicato su Prevention Science e si è concentrato su un gruppo rappresentativo di 313 femmine di età compresa tra i 6 e i 17 anni che sono state seguite per 11 anni – per cui, al termine dello studio, le più grandi avevano circa 28 anni. Durante il periodo di follow-up le giovani donne sono state intervistate circa il proprio stile di vita; allo stesso tempo sono stati interrogati anche genitori e insegnanti per esaminare e valutare i livelli di ansia, depressione, soddisfazione o meno per il proprio aspetto fisico e i comportamenti alimentari – con particolare attenzione al mangiare compulsivo. I risultati hanno mostrato che le giovani donne che presentavano disturbi del comportamento alimentare come il mangiare compulsivo erano più soggette ai tentativi di suicidio. Secondo i ricercatori vi è dunque un collegamento tra i disturbi alimentari come il “binge eating” – così come viene definito in inglese questo comportamento – e il rischio di suicidio nelle giovani donne. Poiché questo comportamento è spesso tenuto nascosto da chi ne è vittima, quali famigliari o amici è sempre bene essere vigili per evitare che, se non curato, si possa trasformare in una tragedia.

24.07.2013


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26 Luglio 2013 IMCI-DocNEUROLOGIA0

Alcuni lo chiamano ancora “psicosi maniaco-depressiva” ma il nome non cambia la sostanza. E’ uno dei principali problemi psichici dei nostri giorni ed è legato all’aumento della depressione un po’ in tutti gli strati sociali e tutte le età. Le persone colpite da Disturbo Bipolare passano da periodi di forte euforia a periodi di profonda depressione con sbalzi di umore notevoli, ma anche con problemi di insonnia, inappetenza, libido e comportamentali. Uno studio americano condotto da Stanford ha voluto vederci più chiaro nel lungo termine e effettivamente si è visto che il Disturbo Bipolare accorcia la vita. La accorcia di molto, togliendo almeno 9 o 10 anni rispetto ad altri soggetti che non ne soffrono. Analizzando un vasto campione di circa 6 milioni di adulti -tra il 2003 e il 2009- si sono messi a confronto i 6.000 che soffrivano di DB con gli altri sia sani che malati (ma non della stessa patologia). Il risultato è stato che tra quei 6.000 si sono avuti più decessi e molto prima nel tempo rispetto al resto del campione. La prima causa di morte in chi soffre di DB è il suicidio, ma sono in agguato anche malattie cardio-circolatorie, disturbi cronici e alcuni tipi di cancro favoriti dallo stress e dalle crisi depressive.

19.07.2013


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26 Luglio 2013 IMCI-DocDepressione0

Salute, pare che l’ossitocina da sempre associato al piacere, favorisca anche l’ansia, la depressione e la paura

L’ossitocina è l’ormone dell’amore. E’ stato così denominato per la sua capacità di promuovere i legami affettivi e sociali, l’amore, il benessere e il senso del piacere. Ma anch’esso, come l’amore stesso, pare abbia le classiche due facce della stessa medaglia: alle caratteristiche che apportano benefici, contrapporrebbe la capacità di provocare ansia, depressione e paura. I ricercatori della Facoltà di Medicina della Northwestern University ritengono che se si è stati vittima di un evento sociale stressante come, per esempio, bullismo o un’aggressione, l’azione di rafforzamento della memoria in una specifica regione del cervello da parte dell’ossitocina, fa sì che  l’essere esposti ad altri eventi stressanti in futuro inneschi il sentimento di paura e ansia. Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Neuroscience dunque svela la doppia natura  dell’ormone ossitocina, la cui secrezione ha risvolti sia positivi che negativi. Ulteriori studi saranno necessari per comprendere meglio il fenomeno definito come inatteso dagli studiosi dell’ossitocina ma continuando a studiarlo, si potrebbe spiegare il perché lo stress da interazioni sociali sia una delle principali cause di ansia e depressione.
 
24.07.2013

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23 Luglio 2013 IMCI-DocNEWS0

New York, 19 lug. – La terapia psicologica che comprende l”esposizione prolungata’ alle memorie che causano sindrome da stress post traumatico funziona nel superare il problema psicologico. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Jama Psichiatry sui veterani di Iraq e Afghanistan. Lo studio del National Center for PTSD di Palo Alto ha coinvolto quasi 2mila pazienti di cui l’88 per cento con un punteggio sufficiente a farli considerare sofferenti della sindrome o di depressione. Dopo nove sedute di terapia il numero di pazienti con la sindrome e’ sceso al 46 per cento, e anche il punteggio medio della depressione si e’ dimezzato. "Uno dei fattori principali della sindrome e’ il fatto che i pazienti evitano le situazioni e i ricordi traumatici – spiegano gli autori – con la terapia realizzano che possono parlarne senza crollare".

19.07.2013


Istituto Medico Chirurgico - Termoli aut. san. reg. n.138 del 31.08.2011